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Oltre al velo c'è di più.

Mese

ottobre 2015

La diffusione del termine “hijabi” nella cultura pop

Da The Arab American news, by Ali Harb

Il termine “hijabi” sta guadagnando popolarità e viene utilizzato più comunemente nel linguaggio quotidiano, dei social media e anche dei media mainstream. Nel contesto della moda, dell’emancipazione delle donne e della normalizzazione sociale, la parola- che si riferisce alle donne musulmane che indossano il velo- sta cementando la sua presenza nella cultura pop americana.

La scorsa settimana, The Arab American News ha pubblicato una storia sulla “Harley hijabi”, una donna del posto che guida una moto. Il Detroit News ha scritto un articolo intitolato “‘Hijabi’ compete per il primo posto sulla copertina della rivista”. Lo scorso mese, Il Washington Post ha pubblicato il profilo di una donna che vuole essere “la prima hijabi sulla TV americana.” All’inizio di quest’anno, Al Jazeera ha pubblicato un articolo sulle “Hip-Hop Hijabis”, un rap duo britannico.

Nella letteratura, la parola ha iniziato ad emergere nella seconda metà del decennio passato. Il poeta americano-guyanese Raa’id Khan cita la parola hijabi nel suo libro del 2005 “Inside my Mind.” Nel 2008, l’Università di Ottawa ha pubblicato un documento dal titolo “L’analisi di come la gioventù hijabi faccia esperienza delle attività sociali nelle scuole secondarie di Ottawa.”. Nel 2010, l’attivista canadese e musulmano Farheen Khan ha pubblicato un libro di memorie intitolato “Behind the Veil: A Hijabi’s Journey to Happiness”.

Sally Howell, professoressa di studi arabi americani presso l’Università del Michigan-Dearborn, ha affermato che “hijabi” è una americanizzazione del termine arabo “mohajaba”, che significa “donna che indossa il velo.”

Hijab significa solo “velo” in arabo, ma il termine religioso si riferisce al velo islamico.

Mescolare arabo e in inglese nel linguaggio quotidiano, anche all’interno della stessa parola, è una pratica comune per gli arabi americani. “Parrik” – il verbo “park” coniugato in arabo- è un esempio di uso frequente delle parole bilingue.

Aggiungere “ing” ai verbi arabi non è inusuale nel parlato arabo-americano. “Arggiling”, che deriva dalla parola arggileh (narghilè), suona strana, ma è una parola ordinaria tra i giovani arabi locali.

Howell ha spiegato che “hijabi” è una comoda descrizione in una sola parola. Ha detto che la parola risale ormai a un po’ di tempo fa, ma venne spesso utilizzata nella sua semplice connotazione corrente dopo il reality show del 2011 “All American Muslim”, che aveva sede a Dearborn.

“Prima, quando la gente usava il termine ‘hijabi’, era sprezzante, e lo usava per prendere in giro la gente”, ha detto Howell. “Ora non è utilizzata affatto così. L’ho sentita più come in riferimento alle donne che indossano l’hijab, che dovrebbero essere più autorevoli.”

Howell ha aggiunto che in precedenza la parola “hijabi” è stata usata per dire che le donne musulmane non dovrebbero impegnarsi in determinate attività, ma ora il termine è normalizzato; ha detto che l’uso frequente della parola consente che sia usata in un giornale o una rivista scientifica, purché l’autore ne spieghi il significato.

Ha anche affermato che l’arabo si sta facendo strada nel dialetto di tutti gli americani del sud-est del Michigan. Oltre a “hijabi”, ha citato parole come habibi (amore mio), shabab (ragazzi) e nomi di prodotti alimentari e termini popolari che molti Metro Detroiters usano.

“La comunità è ben consolidata,” ha detto. “Queste influenze e le condivisioni tra lingue sono ormai cosa comune.”

A parte il discorso di tutti i giorni, “hijabi” è cresciuto in un genere di moda. Il world wide web è la patria di centinaia di blog di abbigliamento e negozi che si rivolgono a donne musulmane che indossano il velo. “Hijabi” presenta spesso nei nomi di questi forum.

Una semplice ricerca su Google rivela l’esistenza di siti web come Delicate Hijabi, Hijabi Box, Hipster Hijabis, That Hijabi Store and Hijabi Mama..

Lama Habhab, il direttore di Hijabee, un negozio di abbigliamento a Dearborn Heights, ha detto che il termine è diventato più popolare negli ultimi anni a causa dei cambiamenti demografici della comunità.

Ha spiegato che è in gran parte utilizzato da seconda generazione musulmani americani che mescolano arabo e in inglese nel loro parlato.

Habhab ha scelto di chiamare il suo negozio Hijabee come variazione dalla grafia comune del termine, Il negozio fa appello ai gusti incarnati da quest’ultimo.

“La parola unisce insieme il musulmano e l’americano, il negozio fa lo stesso”, ha detto. “Le ragazze nate qui e le persone che vengono da oltreoceano presso il nostro negozio possono trovare qualcosa di moda e modesto.”

Summer Albarcha, la fondatrice del blog di moda Hipster Hijabis, è del parere che la parola hijabi non può essere offensiva perché si riferisce semplicemente a una donna musulmana che indossa il velo.

Ha fatto eco al commento di Habhab circa l’obiettivo di bilanciare lo stile e la modestia.

Albarcha, 19 anni, studia economia aziendale alla Saint Louis University. Ha detto che il suo blog ha ricevuto un feedback positivo da musulmani e non musulmani.

“Mi sforzo di promuovere la migliore versione di me stessa sui social media, sapendo che potrebbe servire come modello per le migliaia di ragazze che vedono le foto dei miei outfit”, ha detto a The Arab American News via email. “Per via dell’hijab e della sua importanza come simbolo della mia identità musulmana, mi viene sempre in mente di indossare abiti modesti e incoraggiare gli altri a fare lo stesso.”

Ma non tutte le donne musulmane apprezzano la parola hijabi.
A Bassema Sayed, 36 anni, non piace il termine “hijabi.” Trova la parola troppo giocosa per il concetto serio del velo islamico.
Sayed ha aggiunto che lei preferisce il termine arabo “mohajaba”, che implica più rispetto.
“Hijabi fa parte della terminologia stupida di Dearborn”, ha detto. “È una parola breve e sciatta per qualcosa che significa molto più di questo, è qualcosa che Dio ci dice di fare.”
Sayed ha detto che la parola ha guadagnato improvvisa popolarità di recente, soprattutto tra giovani arabi americani.

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Sono stufa degli stereotipi sugli arabi in TV

Dal sito TheNational, articolo di Fatima al Shamsi; ultimo pezzo dell’articolo in italiano copiato da un post della pagina Italian and Arabic world in cui mi sono felicemente imbattuta.

Quando non dovremmo mai giudicare o stereotipare le persone sulla base delle immagini che vediamo nei film e in televisione, è un dato di fatto che i film e gli show televisivi che guardiamo ci forniscono un modo semplice per imparare cose a noi estranee. Inoltre, questi spettacoli plasmano la nostra comprensione della cultura popolare.

Nonostante il fatto che sia cresciuta in Sud America e in Europa, la mia conoscenza della cultura pop americana era radicata dentro di me molto prima che arrivassi a New York alla fine dell’agosto 2001. Un’infanzia incentrata sull’amore per gli show televisivi e per i film si è rapidamente trasformata in insoddisfazione e frustrazione dopo gli eventi dell’11 settembre di quell’anno, quando intorno a me la demonizzazione di arabi e musulmani nei media sembrava peggiorare.

Nel 2006, il documentario Reel Bad Arabs: How Hollywood Vilifies a People fu lanciato, basato sul libro di Jack Shaheen con lo stesso nome. Shaheen ha sostenuto che nei 1000 film americani raffiguranti personaggi arabi prodotti tra il 1896 e il 2000, ben 936 mostrano ritratti negativi, 52 neutrali e in una mera dozzina positivi.

Per me è davvero facile credere al fatto che più del 90% dei film contenga stereotipi negativi. Vista la maniera in cui i media americani ed europei incessantemente inquadrano notizie su musulmani e arabi, a volte mi sono ritrovata anche sospettosa di strani uomini barbuti e donne con l’hijab.

Anche se non ho alcun problema se un arabo o un musulmano interpreta il ruolo di un cattivo in un film o programma televisivo, vorrei che i creatori e gli attori e chiunque altro sia coinvolto in queste produzioni, come minimo, non insultassero l’intelligenza degli spettatori continuamente, ricorrendo a tropi unidimensionali.

Questo è il motivo per cui, quando è stato inserito il personaggio di Abed Nadir in uno dei miei programmi preferiti, Community, ero seccata. Abed, che avrebbe dovuto essere un musulmano palestinese era chiaramente sud asiatico per me (l’attore Danny Pudi è un americano di origini indiane e polacche). Non potevo farci niente, ma avrei preferito se avessero assunto un attore arabo. Ero così stufa della gente che confonde arabi, musulmani, sikh e sud asiatici. Ma come il mio amore per lo show il personaggio cresceva e sono stata in grado di guardare oltre la mia frustrazione iniziale.

Preferivo avere Abed – uno dei personaggi più amati dello show – piuttosto che un del tutto inconsueto arabo o musulmano in televisione. Infine, c’è stato un personaggio arabo che era solo uno del gruppo; etnia e religione non sono state usate per ridurlo a uno stereotipo dimensionale.

Mi sono sentita allo stesso modo quando ho preso in mano il romanzo di John Green “An Abundance of Katherines”. Il migliore amico del personaggio principale era un arabo-americano musulmano, ma era giusto un comune romanzo di formazione. Non c’era una jihad nascosta ai lavori, nessun ulteriore desiderio di convertire degli ignari caucasici in città. Semplicemente Colin e Hassan che vivevano un’avventura.

Anche se io non sono d’accordo con la diversità forzata in uno spettacolo o un film, ne comprendo la necessità e comprendo la recente spinta partita da vari gruppi etnici negli Stati Uniti perché la diversità sia riconosciuta. Se nelle serie televisive e nei film non si decidono a includere una varietà di etnie e religioni in modo positivo, dovrebbero almeno smettere di propagandare dannosi stereotipi. Dovremmo chiedere conto delle irresponsabili rappresentazioni che vengono introdotte in un ambiente carico di odio. In quanto arabi, dovremmo prendere il controllo del modo in cui veniamo rappresentati.

È incoraggiante per me vedere registi emiratini come Ali Mostafa, Nayla Al Khaja, Mohamed Amal Al Agroobi e Nujoom Al Ghanem affermarsi. Con il successo di film recenti come “From A to B” possiamo iniziare a influenzare il modo in cui veniamo dipinti.

Spero che, nello stesso modo in cui io vado in piccoli teatri a vedere film francesi, brasiliani e spagnoli, presto le persone di tutto il mondo avranno accesso ai film emiratini, così che la semplicistica visione degli arabi stereotipati, arretrati e violenti, possa essere sradicata.

Ragazza belga ferma esperimento sociale dopo aver indossato un velo per 10 giorni

Dal sito MVSLIM, articolo di Khalid El Jafoufi

In Belgio una ragazza fiamminga di nome Silke Raats ha cercato di fare un esperimento sociale. Ha affrontato la vita da musulmana col velo, ma ha fermato il suo esperimento prematuramente a causa delle reazioni estreme provenienti dall’ambiente in cui vive. L’esperimento dimostra che le musulmane devono affrontare molto disgusto e incomprensione in qualsiasi momento camminino per le strade con un velo.

L’esperimento sociale di Silke, che consisteva nell’andare in giro con un velo per un mese, si è concluso dopo appena dieci giorni. Le reazioni quali: “per il suo compleanno dovremmo prenotare un biglietto per la Siria” o “non deve avvicinarsi, magare potrebbe iniziare a lanciar bombe” l’hanno indotta a decidere di concludere dopo dieci giorni.

Sbigottita

Lei dice di esser stata “molto scioccata” dalle reazioni subite durante l’esperimento. La sua cerchia di amici si è ristretta immediatamente e anche all’interno della sua famiglia ha incontrato incomprensione e delusione. Attraverso questo esperimento adesso le è chiaro che i pregiudizi della società nei confronti delle donne musulmane sono decisamente allucinanti.

Tuttavia, posso capire che gli amici e la famiglia siano stati sorpresi quando Silke ha attuato un tale grande cambiamento da un giorno all’altro. Le risposte emotive che emergono non sono anormali, anche i professori si comporterebbero meno razionalmente in un momento così piuttosto che in quello che inizialmente avrebbero ragionevolmente desiderato.

Condanna comune

Con la quale posso anche vivere. Dopo tutto, non credo che un essere umano possa “degenerare” in sé per stimoli emotivi e lo considero come qualcosa di sgradevole. Tuttavia, vi è una linea rossa che le società occidentali hanno disegnato insieme. Vale a dire che la disapprovazione personale si evolve in un comportamento nei confronti della persona in questione. Dobbiamo rigorosamente condannare da società il bombardamento di commenti irrispettosi e degradanti che Silke ha dovuto sopportare.

Integrazione bianca

Quel che è ancora più inquietante è stato il modo in cui le risposte sono state relativizzate nei media. Dobbiamo comprendere che Silke si aspettava una cosa del genere, perché la gente può non essere d’accordo. Se me lo state chiedendo, per me è una totale assurdità. Sarebbe stato probabilmente qualcosa di interamente differente, se non fosse stata Silke a condurre l’esperimento, ma Fatima o Aicha a condurne uno simile, ma come “ex-musulmana” avrebbe ricevuto lo stesso tipo di rifiuto. Poi infatti le carte saranno state presumibilmente riempite da colonne pessimistiche circa quella maledetta, disintegrata comunità musulmana fiamminga.

Ciò dimostra che le Fiandre, e per espandere l’Occidente nel suo complesso ha ancora molto lavoro da fare, se questo vuole insegnare ai cittadini a vivere insieme tra molte religioni, che è chiaro, de facto. L’integrazione è un verbo che dobbiamo coniugare insieme. Solo in questo modo è possibile rieducare una società secondo norme e valori universali.

La mia nuova vita: la storia della mia conversione

Ciao a tutti, mi presento: sono Zahira, musulmana transgender (donna intrappolata in un corpo maschile) di 33 anni convertita all’Islam da pochi giorni.
Mi sono convertita perché avevo bisogno di qualcuno che mi guidasse sulla retta via come dice il Corano, infatti mi sentivo smarrita come una pecorella in mezzo a una prateria. Un giorno decisi di scaricare il Corano sul cellulare e mi misi a leggerlo con attenzione e dedizione. Ad un tratto mi imbattei in una frase che mi colpii molto: <<guidaci sulla retta via>>; sentii il bisogno di approfondire l’argomento andando su internet, finché un giorno pronunciai la Shahada quasi piangendo, perché non ce la facevo più a stare da sola e soprattutto col pensiero d’avere una famiglia che mi ha abbandonata nel momento del bisogno, davvero amici che mi vogliono bene e che tengono a me non mi erano comunque vicini come avrei voluto. Avevo bisogno di qualcuno che restasse sempre al mio fianco che mi consolasse nei momenti no, che mi aiutasse a superare le difficoltà.
In passato avevo già toccato con mano l’Islam, ho visitato tanti paesi arabi e moschee stupende, ad esempio la moschea azzurra al Cairo e la moschea blu di Istanbul, entrambe bellissime. Avevo un sogno: andare alla Mecca a pregare insieme ai fratelli e sorelle musulmane, un obiettivo che mi ero imposta, poi abbandonato perché non avevo il coraggio di farlo. Avevo detto ad un mio amico musulmano “se vai alla Mecca porta ad Allah una preghiera anche per me”.
Alla fine il mio desiderio si è realizzato: mi sono convertita e sono felice di aver trovato me stessa, la mia vera identità, di aver trovato la serenità perduta da anni e anni, di aver trovato amore e calore, che mi hanno scaldato l’anima e il cuore, e di aver trovato un amico, fratello, compagno e padre in Allah, che è sempre al mio fianco, che non mi abbandonerà mai e che mi guiderà sempre nella direzione giusta. Lui saprà consigliarmi cosa fare.
Salam a tutti fratelli e sorelle.
Zahira
Grazie per aver raccontato la tua storia!

Le reazioni esplosive della famiglia dopo l’esperimento

Ne avevo parlato nel primo articolo che ho scritto, la mia famiglia non ha esattamente manifestato felicità dopo aver appreso del mio esperimento. Partiamo, però, da principio.

Verso i primi di settembre avevo “litigato” con il mio ragazzo, che mi chiedeva perché non dicessi la verità a mia madre. Avevo intuito che c’era bisogno di altro tempo, lui no, anche perché si era trasferito all’estero ed entrambi eravamo stressati e con l’umore sotto ai piedi. Purtroppo in queste situazioni si possono verificare dei battibecchi bisbetici. Un po’ incazzata, decido allora di accennare qualcosa a mia madre, ma con delicatezza. Da tempo sapeva che probabilmente avremmo finto e architettato qualcosa per non farci rompere le scatole dai parenti di lui, ma evidentemente non sapeva tutto.

“Mamma, scusa il nervosismo ma tra me e X c’è tensione, sai com’è la distanza.. Lui va fuori di testa e io pure. Comunque.. hai notato che è un po’ di tempo che non mangio maiale e non bevo nulla?..”

“No, in verità non lo avevo notato.” mi ha risposto facendosi cupa.

“Mm.. diciamo che sto attuando una specie di conversione via.. Giusto per facilitarmi le cose, tanto probabilmente in futuro avrei smesso, sai nel caso di convivenza futura..” ero cosciente di sparare minchiate, tranquilli.

“Sì, va bene, ora non usiamo parole grosse eh. “Conversione” “. – si vede che è già scocciata – “comunque nessuno nota se mangi o non mangi maiale, tanto la carne non ti è mai piaciuta… l’alcool non ne hai mai bevuto tanto… Non dirlo a nonno, se no gli fai venire un colpo a quell’uomo! Capito?!”

E’ continuato un po’ così il discorso, si vedeva che era irritata. Che devo dire? Ci provai. Un tentativino.

Ecco, ora possiamo tornare all’esperimento (qui e qui): ho pubblicato su facebook il fatto che stavo provando a girare col velo, in un commento ho messo una foto che un’amica mi ha chiesto. Ho risposto ad un ragazzo che me lo chiedeva che sono musulmana e abbiamo parlato di cosa ci piace dell’Islam. Ho avuto delle discussioni interessanti per commento. L’unico errore: non ho tolto la visibilità del post e dei 4 a seguire, che documentavano le novità, per i miei parenti.

X: Non è Carnevale.

Y: Stai anticipando Halloween?

Ho cancellato i commenti e ho bloccato TUTTI. Purtroppo Y ha cominciato a scrivermi incessantemente. Mi ha scritto che è un buon esperimento se fatto da un sociologo, che non sono di nessuna religione e sono quindi irrispettosa (ahh, sapessi). Ha continuato “Non voglio pensare a ciò che ho intuito, ho ragione?” e mi ha promesso una sberla. Mi ha accusato di essere una teenager in cerca di affermazione, che sono incapace di fare scelte, ha detto che può rompermi i coglioni quando desidera e infine che lei “mi ha in parte cresciuta”, pertanto non devo farla arrabbiare. E’ tanto se mi fa gli auguri di compleanno o un regalino. Quando le raccontavo di come a scuola mi trattassero male mi diceva “esagerata”. Quando ho perso un anno scolastico a causa del bullismo mi ha canzonato, come al solito, con due schiaffetti sulla faccia dicendomi “allora, si boccia?”. Suvvia.

La parente X non mi saluta, so che mi vuol bene, che ha fatto molto per me soprattutto quando ero infante, ma io non me la sento di dar corda ad una che “io per te volevo un ingegnere della NASA, e invece ti sei trovata un musulmanino..”, “ma stai insieme a uno che non sa nemmeno parlare?”, “tranquilla, vedremo com’è il prossimo”. Non può non accorgersi che ogni volta che dalla sua bocca esce una frase del genere io la ignoro fino alla fine della giornata e oltre, non può non accorgersi che mi dà fastidio che lei s’intrometta, che mi auguri ciò che per me è il peggio perché ha necessità di sfogare il suo razzismo. Magari si preoccupa per me, ma so bene che se lui fosse italiano lei non avrebbe niente da ridire.

Mamma cerca di dimenticare la realtà e l’assurda litigata che abbiamo fatto quando sono tornata a casa, in cui ha preteso che io bloccassi tutti gli amici in comune perché si vergogna e mi ha chiesto di non farle mai più vedere il mio ragazzo. Ho urlato come mai nella vita, mi ha risposto che sono fuori di testa. Prima di capire quel che ho sostenuto, “è un esperimento, mamma!”, mi ha detto che sono una donna da niente e che mi sono fatta plagiare. Forse lo pensa ancora e mi fa male. Ieri mi ha detto “è buono il toast con la breasola? compro il prosciutto?”. Non le ho risposto.

Vedremo come andrà.

La mia storia: quando la famiglia rifiuta il tuo amore “straniero”

Ciao,dopo una lunga riflessione ho deciso di scriverti.. Forse ignorerai questo messaggio, forse no ma avevo bisogno di raccontare la mia storia a qualcuno che ha passato ciò che ho passato io..

Come te sono fidanzata con un musulmano.. Un ragazzo del Marocco.. L’ho sempre notato per la strada perché quel ragazzo dalla pelle bronzea mi sembrava bello come un dio,un qualcosa di irraggiungibile per una ragazzina come me.. Ma dopo due anni a fissarlo come un ebete il destino ha deciso di farmi una bella quando inaspettata sorpresa.. Ho scoperto che avevamo amicizie in comune e in poco tempo abbiamo iniziato a uscire insieme.. Cavolo non era solo bello ma anche dolce,gentile,educato.. Dopo neanche un mese che ci frequentavamo ecco che mi fa “Mi piaci” e da quel momento la mia vita è praticamente cambiata..

Lui ha provato subito a parlare con la sua famiglia che ovviamente non ha voluto ufficialmente perché troppo piccola (sono minorenne e lui ha 7 anni in più di me) ma dopo un po di mesi è uscito fuori che vogliono che si fidanzi con una musulmana.. Con mia madre non ci avevo neanche provato a parlare perché per la mia famiglia gli stranieri sono solo dei parassiti della società.. Dopo 6 mesi passati a vederci di nascosto ho provato a dire a mia madre non che stavo con un marocchino ma solo che ci frequentavamo e qui apriti cielo.. Per lei era come se mi frequentassi con un delinquente e naturalmente a messo in mezzo l’islam come se essere musulmano volesse dire essere la parte marcia della società.. E ancora ora siamo costretti a vederci di nascosto perché entrambe le nostre famiglie non approvano il nostro rapporto.. Resisto nella speranza che un giorno le cose si sistemeranno e perché lui è l’unica persona che mi rende felice..

Grazie mille se mai leggerai questo messaggio ma sentivo davvero il bisogno di raccontare la mia storia per quando insignificante può essere.. Per finire sei fantastica e coraggiosa.. Hai davvero tutta la mia stima

.

Grazie per aver raccontato la tua storia!

Tre giorni, un velo, una scuola: la prova dell’autogestione

Ho parlato del primo giorno di autogestione qui e adesso voglio raccontarvi com’è andata nel corso dei tre giorni. Non parlerò oggi della mia famiglia, non voglio andare fuori tema, oggi parlo di tutti gli altri.

Come raccontavo nell’articolo, mentre mi truccavo elaboratamente ho avuto l’idea di indossare il velo per osservare le reazioni dei ragazzi e dei passanti. Mentre andavo verso la scuola ho subito scorto una mamma che mi ha squadrata per bene, poi ha tirato suo figlio e se ne è andata. Ben presto ho scoperto che in tantissimi hanno volto lo sguardo verso la mia testa, e anche verso i libri scolastici. Ho chiamato la mia amica marocchina e le ho detto “c’è una sorpresa, devi aggiustarmi il velo!”. Ci siamo incontrate e me lo ha messo decentemente sulla testa. Avevo il timore di incontrare i miei ex compagni di classe, ne ho avuto un po’ anche nei giorni seguenti. So quanto possono esser cattivi. Mentre entravamo ho sentito qualche battuta sull’ISIS, chiaramente riferita al mio velo azzurro, ma le mie amiche mi hanno seguita ai primi corsi organizzati per solidarietà e curiosità, infondendomi una buona dose di coraggio. Prima dei gradini, un mio conoscente, era ai tempi nella classe vicina alla mia, mi passa davanti baldanzoso, puntando il dito verso di me, e senza guardarmi neanche si rivolge agli amici: “ma lei cosa fa?!”. Qualcosa da scrivere, ho pensato; ma che idiota!

Nella stanza adibita al dibattito abbiamo passato qualche ora e da un angolo hanno cominciato ad elevarsi dei gracidii di alcune ragazze che sghignazzavano fissandomi la testa. Appena sono intervenuta parlando della Turchia, dell’immigrazione e poco altro, un buon intervento, si sono zittite.

Finito tutto, vado dal mio ragazzo e mentre aspetto che risponda al citofono un anziano mi passa davanti facendomi una smorfia di disprezzo. Della serie: non c’è più religione.

Il secondo giorno, il giorno che ho denominato “il giramento di coglioni day”. Nel senso che ce ne sono tanti in giro. Esco di casa, tiro fuori la sciarpa e la metto in un modo inusuale ma carino: piego un’estremità del quadrante di stoffa verso il centro, pongo il “triangolo” che ne viene fuori sulla testa e rimangono tre lembi, uno dietro, due davanti; prendo questi ultimi, li passo dietro al collo, li incrocio e li tiro senza compromettere il terzo. I like it.

Cominciamo con le solite occhiatacce e fuggi-fuggi generale alla mia vista, ormai sono già abituata. Come ho accennato nell’articolo, se hai il velo nessuno più commenterà le fattezze del tuo sedere, anzi sarà intimorito inspiegabilmente da quel pezzo di stoffa. Sensazionale, come unire l’utile al dilettevole! Arrivo davanti a scuola e ritrovato il mio gruppo cerco di esporre il mio “esperimento”, venendo interrotta da una ragazza. Il dialogo è più o meno questo:

“Io non credo che tu stia portando rispetto ai musulmani, però.”

“Per quale motivo? Anche io lo sono..”

“No, guarda, non credo.. Preghi 5 volte al giorno?”

“No, non prego sempre.”

“Vedi? I musulmani pregano 5 volte al giorno e poi tu stai portando il velo solo per un esperimento, tu vuoi solo farti vedere.”

“Porto il velo ogni tanto, ma non tutte le musulmane lo portano sempre! Ad esempio le sorelle del mio ragazzo lo portano quando vogliono pur essendo molto religiose! Non credo che tutti preghino 5 volte al giorno anche essendo musulmani, sarebbe come dire che un cristiano non è tale se non va a messa ogni domenica!”

“Quello infatti non è un vero cristiano! Se non preghi ogni giorno non sei musulmano.”

” X, tu sei musulmana, no? Porti il velo? Preghi?”

“Nessuno dei due.”

“Vedi? Eppure è musulmana!”

“Lei lo è perché è coerente! Non lo porta mai e non prega mai. Insomma, comunque non stai portando rispetto a chi è un vero musulmano!”

A quel punto ho strabuzzato gli occhi, non sono cosa ho ribattuto, le ho richiesto rispetto e lei ha alzato le mani e mi ha detto che era così che la pensava, non come me, con tutto il rispetto. L’incoerenza è stata totale: non sei musulmana se non preghi 5 volte al giorno e se scegli quando portare il tuo velo, però lo è lei, che è di famiglia musulmana e non italiana, anche se non fa niente di tutto questo. Penso che non abbia afferrato il concetto di “conversione”, o forse il mio esser donna bianca, occidentale e musulmana non le torna. Dai, al paragone col cristiano non credi nemmeno tu. Mi spiace, permettersi di giudicare il modo di gestire la religione altrui non è rispetto.

Un’amica, invece, mi ha presa in disparte ed ha cominciato la frase con “non ti giudico ma…”. Questo dice tutto: mi ha giudicata. Non sei nata in una famiglia musulmana, non puoi capire! E poi non sei affrettata? Io non pensavo… Non lo devi fare per lui, eh! E’ tutto campato in aria!; dopo averle spiegato che è scelta mia, che non ho in mano un mitra, che ho affrontato un certo percorso ho constatato la sua insistenza indelicata. L’ho mollata sul marciapiede e me ne sono andata. Reazione cocente che mi aspettavo.

Poco prima di andar via e tornare a casa un ragazzo mi chiama col mio nome (forse lo ha letto sull’appello?), domandandomi se mi sono convertita. Non so se avete presente il modo stupido di sbiascicare una frase quando si vuol risultare strafottenti. “Ehhh, X, alloraah? Ti sei convertitaaah?” Eh sì, gli rispondo. Viene alla carica un ragazzo scuro di pelle, tunisino forse. Senza lasciarmi il tempo per pensare mi stringe la mano dicendomi “io sono musulmano”, si avvicina per tre baci sulla guancia, ma dopo un momento in cui rimango incredula mi ritraggo al terzo. “Non sai che si bacia tre volte?”, “Ok, ma meglio di no?!..”, “Tanto non sei islamica.”. Intendeva dirmi “tu non sarai mai musulmana, perché sei bianca, italiana e stupida.”. Se ne va.

Anche io me ne vado, seduti sui gradini stanno il primo ragazzo e pochi altri. “Guarda, Islam va via.”. Frasi del genere, dette sottovoce. Ti ho sentito. Mi giro e grido: MA I CAZZI TUOI NO?

Terzo giorno, finalmente. Occhiatacce, gente che ti squadra, che ti guarda con sospetto, timore o dall’alto in basso. Solita solfa.

All’entrata ancora quel ragazzo che con il solito fare canzonatorio finge di chiedermi scusa, masticando il mio nome. Lo guardo disgustata e me ne vado senza una parola. Il peggio è passato, oggi è una giornata tranquilla.

Da lontano ho visto un mio ex compagno di classe, ho fatto di tutto perché non mi vedesse. Mi ha presa per il culo per mesi, in tutti i modi. L’ho scampata. Ne ho avuti vicini due ad un corso, ma hanno fatto finta di non conoscermi e io ho ignorato loro. Ho visto come mi guardavano, chiaramente.

E’ stato tutto molto faticoso. Una parente di lui adesso mi guarda sorridendo, parla bene di me e io afferro al volo la sua ipocrisia. Anche la sua reazione va ad aggiungersi alla lista nera di quelle registrate questa settimana. Si vede che una studente italiana col velo desta scalpore, fa impressione.

Una volta ho letto di una ragazza che raccontava quanto è difficile essere una straniera musulmana, col velo, a scuola. Ti ho capita, tesoro mio. Ora ho capito.

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