Dal sito TheNational, articolo di Fatima al Shamsi; ultimo pezzo dell’articolo in italiano copiato da un post della pagina Italian and Arabic world in cui mi sono felicemente imbattuta.

Quando non dovremmo mai giudicare o stereotipare le persone sulla base delle immagini che vediamo nei film e in televisione, è un dato di fatto che i film e gli show televisivi che guardiamo ci forniscono un modo semplice per imparare cose a noi estranee. Inoltre, questi spettacoli plasmano la nostra comprensione della cultura popolare.

Nonostante il fatto che sia cresciuta in Sud America e in Europa, la mia conoscenza della cultura pop americana era radicata dentro di me molto prima che arrivassi a New York alla fine dell’agosto 2001. Un’infanzia incentrata sull’amore per gli show televisivi e per i film si è rapidamente trasformata in insoddisfazione e frustrazione dopo gli eventi dell’11 settembre di quell’anno, quando intorno a me la demonizzazione di arabi e musulmani nei media sembrava peggiorare.

Nel 2006, il documentario Reel Bad Arabs: How Hollywood Vilifies a People fu lanciato, basato sul libro di Jack Shaheen con lo stesso nome. Shaheen ha sostenuto che nei 1000 film americani raffiguranti personaggi arabi prodotti tra il 1896 e il 2000, ben 936 mostrano ritratti negativi, 52 neutrali e in una mera dozzina positivi.

Per me è davvero facile credere al fatto che più del 90% dei film contenga stereotipi negativi. Vista la maniera in cui i media americani ed europei incessantemente inquadrano notizie su musulmani e arabi, a volte mi sono ritrovata anche sospettosa di strani uomini barbuti e donne con l’hijab.

Anche se non ho alcun problema se un arabo o un musulmano interpreta il ruolo di un cattivo in un film o programma televisivo, vorrei che i creatori e gli attori e chiunque altro sia coinvolto in queste produzioni, come minimo, non insultassero l’intelligenza degli spettatori continuamente, ricorrendo a tropi unidimensionali.

Questo è il motivo per cui, quando è stato inserito il personaggio di Abed Nadir in uno dei miei programmi preferiti, Community, ero seccata. Abed, che avrebbe dovuto essere un musulmano palestinese era chiaramente sud asiatico per me (l’attore Danny Pudi è un americano di origini indiane e polacche). Non potevo farci niente, ma avrei preferito se avessero assunto un attore arabo. Ero così stufa della gente che confonde arabi, musulmani, sikh e sud asiatici. Ma come il mio amore per lo show il personaggio cresceva e sono stata in grado di guardare oltre la mia frustrazione iniziale.

Preferivo avere Abed – uno dei personaggi più amati dello show – piuttosto che un del tutto inconsueto arabo o musulmano in televisione. Infine, c’è stato un personaggio arabo che era solo uno del gruppo; etnia e religione non sono state usate per ridurlo a uno stereotipo dimensionale.

Mi sono sentita allo stesso modo quando ho preso in mano il romanzo di John Green “An Abundance of Katherines”. Il migliore amico del personaggio principale era un arabo-americano musulmano, ma era giusto un comune romanzo di formazione. Non c’era una jihad nascosta ai lavori, nessun ulteriore desiderio di convertire degli ignari caucasici in città. Semplicemente Colin e Hassan che vivevano un’avventura.

Anche se io non sono d’accordo con la diversità forzata in uno spettacolo o un film, ne comprendo la necessità e comprendo la recente spinta partita da vari gruppi etnici negli Stati Uniti perché la diversità sia riconosciuta. Se nelle serie televisive e nei film non si decidono a includere una varietà di etnie e religioni in modo positivo, dovrebbero almeno smettere di propagandare dannosi stereotipi. Dovremmo chiedere conto delle irresponsabili rappresentazioni che vengono introdotte in un ambiente carico di odio. In quanto arabi, dovremmo prendere il controllo del modo in cui veniamo rappresentati.

È incoraggiante per me vedere registi emiratini come Ali Mostafa, Nayla Al Khaja, Mohamed Amal Al Agroobi e Nujoom Al Ghanem affermarsi. Con il successo di film recenti come “From A to B” possiamo iniziare a influenzare il modo in cui veniamo dipinti.

Spero che, nello stesso modo in cui io vado in piccoli teatri a vedere film francesi, brasiliani e spagnoli, presto le persone di tutto il mondo avranno accesso ai film emiratini, così che la semplicistica visione degli arabi stereotipati, arretrati e violenti, possa essere sradicata.

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