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Mese

maggio 2016

10 cose che tutti dovrebbero sapere sul Ramadan

[Ho tradotto io quest’articolo mesi prima di conoscere il mio attuale ragazzo curdo, mesi prima di avvicinarmi davvero all’Islam che non conoscevo bene. Un segno del destino! Comunque, anche se è vecchio, è sempre valido, spero vi piacerà. P.s. evito il mio nome e il nome del sito che me lo pubblicò, chiedetemelo in privato semmai]

Il Ramadan appare alla maggior parte della gente come un mese estenuante e incredibilmente straziante. A volte posso capire come mai alcuni musulmani si lamentano tutto il giorno e non riescono ad aspettare che finalmente tramonti il sole. Ma nel corso degli ultimi due anni, sono arrivata a rendermi conto di qualcosa del Ramadan che è al di là del cibo e dell’acqua.

Ecco 10 cose che ho compreso del Ramadan dopo averlo osservato per molti anni:

1. Il Ramadan non riguarda la fame.
Durante le ore diurne in cui digiuniamo, conduciamo le nostre vite normali lavorando e 10478166_1015612791811763_8764108090932632972_nandando a scuola – solo ci asteniamo dal mangiare, dal bere, dal sesso, e dai comportamenti provocatori come il bestemmiare, lo spettegolare e la maleducazione.
Frenare noi stessi dal lasciarsi andare a queste pratiche ci offre la pace della mente, che consente di pensare in modo chiaro e razionale, senza essere offuscati dalle emozioni travolgenti. Ti permette di essere produttivo, invece di spendere il tempo a pensare alle rimostranze nella tua vita che ti rendono arrabbiato o depresso.
Il Ramadan è un’opportunità per perdonare, lasciar perdere, e concentrarsi su quel che è più importante.

2. Ci asteniamo da più che cibo e bevande.
Sei davvero a digiuno da qualsiasi intenso desiderio fisico. Sei davvero a digiuno dall’ira, dalla tristezza e dalla frustrazione. Certamente non puoi controllare quel che ti sconvolge, ma puoi controllare il modo in cui reagisci alle tue situazioni, ed è questo che che il mese del Ramadan ti allena a fare.
I nostri cuori sono a digiuno dalla perdita. Le nostre menti prendono il controllo, anziché le nostre emozioni.

3. Non dovresti dispiacerti per noi.
“Oddio, non puoi mangiare per le prossime 15 ore? Oh, mi dispiace!” No. Non dispiacerti.  Anche se il digiuno può rendermi assonnata e stanca, il ritorno sull’investimento è assolutamente elettrizzante. La sensazione dell’essermi astenuta dal praticare attività che solitamente nutrono il mio ego è veramente intensa.
Il digiuno non è solo la disconnessione del corpo dal cibo. E’ costruire una connessione tra te e Dio. Tra te e il tuo spirito. Stai impedendo alla tua mente di diventare schiava del tuo corpo fisico e delle sue voglie – è qualcosa di potente.

4. I musulmani non digiunano per 30 giorni di fila.
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In moltissime città vengono organizzati banchetti dopo il tramonto.

In realtà digiuniamo dall’alba al tramonto. Quel che molti musulmani considerano un “break” dal digiuno tra un giorno e quello successivo, è quel che a me piace chiamare il tempo dell’effettiva riflessione. Trascorrere 30 giorni di seguito senza mangiare e senza bere, prosciuga la tua energia. Ma la notte, che è un momento talmente perfetto, è quando ringiovanisci e riottieni il vigore per pensare e guardare dentro di te. E’ quel che io credo significhi questo “break”.


 5. C’è un elemento spirituale nel digiuno del Ramadan.
Invece che pensare tutto il giorno al secondo esatto in cui il sole sparirà e contare alla rovescia i minuti fino a sentire la chiamata alla preghiera del tramonto provenire dal tuo cellulare, incoraggia te stesso a credere che non si tratta di mangiare. Concentrandoti solamente sul cibo e sull’acqua, stai scollegando i tuoi desideri fisici dalla tua mente – consentendoti solo di pensare al superficiale.
Piuttosto, il digiuno è una disciplina che ti obbliga a dimenticare il cibo e a ricordare chi sei, perché sei qui, e che cosa stai facendo per essere la forma migliore possibile di stesso.

6. Il Ramadan non finisce dopo 30 giorni.
Il Ramadan è un’occasione per noi di guardare profondamente in noi stessi e permettere questo tipo di autoriflessione da eseguire per il resto della nostra vita. Viene una volta l’anno come un sollecito e una risorsa da parte di Dio, ma queste opportunità durante il Ramadan hanno lo scopo di impratichirti a raggiungere le capacità di autolimitazione e di autocontrollo che dureranno tutta la vita.
Digiunare è anche uno dei cinque pilastri dell’Islam. Un pilastro a volte è qualcosa che ti lega a Dio, non importa quanto distante ti senta dall’Altissimo. Un pilastro non si rompe mai. Non se ne va mai. Sarà con te per sempre.

7. Il Ramadan parla della moderazione.
Quando i musulmani digiunano per così tanto, 16 ore al giorno, è molto forte la tentazione di guardare il sole andar giù e correre a riempire i nostri piatti con tanto cibo quanto siamo in grado di mangiarne. Questo è quel che facciamo regolarmente fuori dal Ramadan. In realtà, i nostri corpi non hanno neanche bisogno di tutto questo cibo per sopravvivere.

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Questa foto scattata a Gaza diversi anni fa ci mostra quanto sia importante il Ramadan per molti musulmani.
Una delle cose più forti del digiuno è la nostra capacità di sostenere lunghi periodi di tempo senza cibo e acqua, proprio come molte persone povere fanno giorno per giorno. Se possono farlo, possiamo farlo anche noi. Limitare la nostra assunzione di cibo è la maniera per addestrare i nostri corpi a consumare solo ciò che è necessario.
Alimentare il nostro ego con così tanto del mondo materiale non potrà mai darci la possibilità di cercare solo quello che ci serve, ma ci tiene a pensare che dovremmo avere tutto ciò che vogliamo.

8. Digiunare fa bene alla salute
Secondo uno studio del 2007 condotto dalla University of California a Berkeley, a giorni alterni il digiuno può diminuire il rischio di malattie cardiovascolari e il cancro, il diabete é più basso, protegge da alcuni effetti del morbo di Alzheimer e del morbo di Parkinson, e migliora la funzione cognitiva. Il miglioramento della funzione cognitiva è quello che trovo più interessante.
Per Dr. Andrew Well of The Arizona Center for Integrative Medicine, il digiuno è legato alla teoria della selezione naturale. “Quando il cibo è scarso, la selezione naturale darà la priorità alle memorie (‘dove abbiamo trovato cibo prima?’) e la cognizione (‘come possiamo farlo di nuovo?’) diventa più acuta.”

9. Il Ramadan è il mese più sacro dell’anno.
 Il Ramadan è il mese in cui il Corano fu rivelato dall’amato Profeta Maometto, che la pace e la benedizione di Dio siano con lui. Il fatto che un’intera religione seguita da oltre 1.7 miliardo di persone sia stata rivelata in quel tempo è qualcosa che vale la pena di celebrare. La parola “ramadan” è traducibile con “caldo torrido” o “secchezza”. Il Corano, non a caso, è stato rivelato in un momento in cui il collegamento della comunità con Dio era morta. Era inesistente. Il Corano ha rianimato gli spiriti delle persone.

10. Non tutti devono digiunare. 
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Un bambino assiste alla preghiera in India.

Ci sono molte eccezioni al digiuno. Se sei malato, incinta, o ancora un bambino che non capisce ancora molto del mondo, non ti è richiesto il digiuno. Sebbene il digiuno sia uno dei cinque pilastri dell’Islam, Dio è misericordioso. L’Islam insegna che il principio è più
importante dell’azione.

Il digiuno è una scelta, come tutti gli altri aspetti dell’essere un musulmano, e la decisione di impegnarsi durante il Ramadan viene col desiderio di conquistare se stessi. Come disse una volta il Buddha, “l’uomo più forte non è quello che vince un altro uomo, ma uno che vince se stesso.”.
Articolo tradotto, autrice Marwa Abdelghani

 

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Cinque dolorose microaggressioni che ho subito in quanto musulmana negli ambienti femminsti

[Questo articolo pubblicato qui per la prima volta è di Nashwa Khan, tradotto dalla nostra bravissima – ﺝ]

Il “Girl Power” è stata la prima forma di solidarietà che ho appreso.

Aveva senso per me quando ero più giovane, e aveva senso prima dell’11 settembre – prima che iniziassi a capire che sarei sempre stata “l’altra”.

La storia del raggiungimento della mia maggiore età potrebbe non essere come quelle rappresentate nei media mainstream – e questo sembra disturbare le persone. Non ho perso la verginità dopo il ballo di fine anno e non bevevo nel dormitorio. Non ho avuto appuntamenti romantici con molte persone. Non ho vissuto quella fase in cui si va in giro per locali.

Ed è così che volevo.

Pensavo che andasse bene – e pensavo che i miei amici, a cui piacevo prima che potessimo fare tutte quelle cose negli ultimi anni della nostra adolescenza e durante i nostri primi vent’anni, mi avrebbero trattata come avevano sempre fatto.

Una cosa che avevo in comune con molte mie amiche, quando stavamo per diventare maggiorenni, era un “risveglio” femminista – ma molti dei loro non sembravano riconoscere il mio modo di vivere.

Ciò divenne evidente quando i miei valori islamici hanno cominciato ad esser biasimati dalle colleghe femministe.

Lo scorso dicembre, la mia identità di musulmana – una “diversità” che non cambierà mai – divenne particolarmente chiara quando la mia amica annunciò che il suo compleanno “non avrebbe fatto per me”, perché avrebbe comportato la presenza di alcool. Nella chat di gruppo in cui lo menzionò, sembrava che fossi improvvisamente di troppo, l’elefante nella stanza.

Non contava che l’estate precedente fossi andata nei pub con i miei amici o che anche un* dei nostri amici non musulmani non bevesse. La mia amica femminista “intersezionalista” si è comunque sentita in dovere di mettere in chiaro che io fossi diversa, sebbene sapesse che sarei potuta andare alla festa senza lamentele.

Più cresco, più la (allora) luminosa promessa di solidarietà mi sembra un’illusione sbiadita.

Il femminismo, il presunto Sacro Graal dell’accettazione, è spesso il luogo in cui mi sento più respinta. E le microaggressioni di cui ho esperienza in ambienti femministi sono di inaspettata violenza.

In base alla mia esperienza, noto che molte femministe credono che le musulmane odino se stesse – ma solo a causa delle prevenute convinzioni nei confronti della fede e del modo in cui la pratichiamo. Spesso, anche ambienti femministi cosiddetti “inclusivi” puzzano di sentimenti islamofobi presentati come femminismo.

Le donne musulmane sono state inserite in una sottocategoria – con le nostre opinioni e i nostri punti di vista repressi nel silenzio o utilizzati per agende politiche, senza nemmeno esser state invitate alla discussione.

E se dico che alcune femministe mi fanno sentire a disagio, mi viene detto che la MIA esistenza fa sentire a disagio altre femministe.

In tal caso, le donne che erano le oppresse diventano coloro che opprimono.

A quanto pare, va bene che io sia una femminista – finché evito di discutere di quanto siano comuni le microaggressioni di stampo islamofobo e di come gli eventi femministi tendano ad essere feste in cui non vengo invitata molto entusiasticamente.

Ma non posso farlo.

Non posso starmene con le mani in mano e lasciare che le femministe, che dovrebbero rispettare e confortare le altre donne, dicano alle donne più emarginate che “lo stanno facendo nel modo sbagliato” (il femminismo).

E forse non sono nemmeno le parole precise che utilizzano. Forse nemmeno si rendono conto di ciò che suggeriscono.

Ma spesso, le donne con cui cerco solidarietà nelle organizzazioni e negli ambienti femministi, finiscono col dirmi proprio quello – che non sto facendo femminismo nel modo giusto perché sono una musulmana – in piccoli modi che si sommano.
Eccone cinque.

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1) L’ARGOMENTO DEL SESSO LIBERO FINO A FARMI VERGOGNARE
Il femminismo è grandioso per una varietà di ragioni – una di queste è l’avere autonomia sul proprio corpo.

Eppure, questo principio basilare viene annacquato e frainteso nel momento in cui la sex positivity viene gettata nella mischia. In molti ambienti femministi, che siano fisici o virtuali, mi imbatto in casi in cui la sex positivity è un tema caldo. E dovrebbe esserlo – perché in tante sono state ferite profondamente a causa della vergogna e dello stigma connessi alle decisioni autonome riguardanti il sesso.

Ma comincia ad esserci un problema quando l’aspettativa predefinita è che chiunque sia femminista sia sessualmente attiva.

Le donne sono state tradizionalmente rimproverate per essere “sessuate” ed è stato loro insegnato di evitare tutte le discussioni incentrate sul sesso. Eppure, il confine tra la sex positivity e l’autodeterminazione è annebbiato (o completamente fatto a pezzi) quando non abbraccia un vasto spettro di tipologie di sessualità, soprattutto l’asessualità, e il significato che ha la positivity per quello spettro.

Le nozioni di femminismo sex positive necessitano di essere sistemate se la supposizione è sempre che essere sessualmente attive voglia dire essere liberate, mentre l’astensione dall’attività sessuale significherebbe essere oppresse.

Non prendiamo decisioni con leggerezza, e la sex positivity risulterà sempre differente tra individui differenti.

C’è una presunzione elusiva che vede le musulmane come donne non liberate se non sono sessualmente attive o espansive riguardo la sessualità. Non essere sessualmente attivi – che sia una decisione basata sulla religione o su un orientamento sessuale, come l’asessualità – dovrebbe essere rispettato in quanto forma di autodeterminazione.
Alcune musulmane fanno sesso prima del matrimonio e altre no. E quelle sono le sfumature che molti non colgono.

Vi è anche una storia complessa sulle musulmane e sul sesso nel momento in cui le musulmane sono ipersessualizzate, ma allo stesso tempo spogliate della loro sessualità. E bisogna considerare anche questo contesto.

Invece, le musulmane femministe o vengono tagliate fuori dalle conversazioni sulla sex positivity, o si suppone che siano devotamente subordinate agli uomini.

Allo stesso tempo, ci sono stati dei momenti in cui anche le musulmane sessualmente attive sono state tagliate fuori e trattate o come deviate o come “non realmente musulmane”, mentre quelle che decidono di non dare informazioni sulla loro vita sessuale vengono chiamate “puritane”.

La sex positivity non prevede che tutti debbano parlare di sesso – e conseguentemente far vergognare chiunque non lo faccia.

Come femministe, possiamo andare avanti con integrità se diamo spazio anche alla possibilità che la liberazione sessuale si trovi (pure) nell’astensione.

Oltre allo scegliere entusiasticamente di fare del sesso consensuale, esiste anche l’opzione di scegliere entusiasticamente di non farlo per ragioni basate sul credo. Le conversazioni riguardanti la sex positivity possono replicare i danni del patriarcato quando isoliamo delle persone a causa delle loro scelte autonome e quando non diamo spazio alla vasta variazione delle scelte esistenti.

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2) NON DARE SPAZIO A DIVERSE PRIORITA’
Quello di cui ho bisogno da parte dei movimenti femministi sarà diverso da quello di cui ha bisogno un’altra persona – e questo perché ci troviamo tutt* in posizioni sociali differenti.

Eppure, considerare ciò in modo negativo (o difficile) è una dinamica ricorrente negli ambienti femministi mainstream. Per esempio, può darsi che io non voglia necessariamente combattere per la body hair positivity tanto quanto lo vogliono altre donne.

Non mi depilo regolarmente, e sono molto pelosa. Ma, personalmente, discuterne o postare foto delle mie ascelle con i peli al massimo della loro lunghezza non sono delle priorità per me.

Ho preoccupazioni diverse a cui voglio dedicarmi in primo luogo nella mia liberazione femminista. La mia energia è incanalata nella lotta riguardante cose che hanno a che fare con la mia identità, come i controlli random agli aeroporti o la violenza islamofoba nel mondo accademico.

Il femminismo di ognun* apparirà differente da quello degli/delle altr* – e così le priorità. Puoi anche appassionarti a cose molteplici in una volta e supportare una varietà di movimenti.

Ma alcuni fatti hanno un impatto personale maggiore. E dato che le esperienze di ogni individuo spaziano in modi diversi, questo può avere per conseguenza anche la scelta delle priorità in cui ogni persona spende la propria energia.

So che la mia liberazione femminista non arriverà dal celebrare i peli del mio corpo o dal postare la foto dei miei capezzoli.

Ma so per certo che la mia liberazione potrebbe derivare dal venire rispettata come musulmana. Ed è qualcosa che attualmente non succede spesso, nemmeno negli ambienti femministi.

Per esempio, quando penso alle cause comuni del femminismo come quella del movimento body hair positive, ricordo che l’autoconsapevolezza che ho nei confronti dei miei peli è complessa e radicata nei commenti che le ragazze bianche facevano sulle ragazze di colore quando ero una bambina.

Ho anche assistito alla ‘rimozione’ di quante donne sikh abbiano fatto crescere i loro capelli/i loro peli per la loro fede, ma senza essere state supportate come rivoluzionarie – quante invece sono state derise dalle stesse persone che adesso dicono alle donne di colore di abbracciare la nostra peluria.

Quando nei movimenti diviene evidente una scarsità di sfumature, si tratta di microaggressione mascherata.

Le nostre complesse storie individuali o condivise hanno un impatto su tutti noi appartenenti alle organizzazioni femministe. Ciò che attira ognuno di noi verso una causa include questa storia, ma anche ciò che sono i nostri bisogni immediati e dove percepiamo le nostre energie come più preziose.

Supportare i movimenti che hanno un impatto sulle donne che si trovano in collocazioni sociali diverse dalla tua è essenziale, ma lo è altrettanto considerare se il movimento a cui stai partecipando considera in primo luogo identità intersezionali.

I movimenti sociali sono divergenti e alimentano la stessa lotta contro le strutture egemoniche che hanno un impatto determinante su tutt* noi, e il modo in cui scegliamo di combatterle può essere diverso. Supportarci l’un l’altr* e tener presenti le intersezionalità è fondamentale per andare avanti collettivamente.

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3) EVENTI FEMMINISTI INCENTRATI SULL’ALCOOL
Bere è un qualcosa di basilare per molte persone – e avendo pianificato diversi eventi, ho constatato che l’alcool è una grandiosa “spinta” per gli eventi.

So anche che alcuni musulmani bevono. E dunque capisco che quando qualcuno mi offre da bere è perché c’è una possibilità che lo possa fare anch’io. Lo fanno con buone intenzioni.

Il momento in cui mi sento a disagio, invece, è quando dico “no, grazie” – che è una risposta valida quando ti viene offerto da bere – e vengo contestata.

Soraya Roberts descrive eloquentemente le imbarazzanti situazioni e l’isolamento sociale che emergono quando lei non beve nel suo componimento “Io non bevo, non avercela con me”.

Come Soraya, mi becco le tipiche supposizioni del tipo che non deve piacermi l’alcool o che ci deve essere una ragione se non bevo. In effetti, non bevo principalmente per le credenze che derivano dalla mia fede islamica.

Eventi come il Drunk Feminist Films o i dance party sono ambienti che tendo ad evitare – perché quando ci sono andata, entusiasticamente, per supportare la mia comunità, mi sono imbattuta in un sacco di disagio da parte degli altri a causa della mia decisione autonoma di non bere.

Dall’altra -ugualmente imbarazzante- parte, in un tentativo di sembrare culturalmente competent*, alcun* semplicemente mi alienano quando pianificano questi eventi.

Una volta avevo un’amica che affermò di aver pianificato una festa di compleanno a parte, senza bevute, così che potessi sentirmi a mio agio. Io non l’avevo mai chiesto – e alla fine sono comunque andata alla sua festa al bar. Non sentivo nemmeno il bisogno di essere isolata nella chat di gruppo come la sciocca che non beve.

Per me, è violenza passiva – nonché, decisamente, un modo per segnalare che sono la stramba musulmana conservatrice.

Questo tentativo quasi insidioso appare vacuo – è un chiaro peso e un favore che francamente non ho mai chiesto.

In un fallace tentativo da alleat*, sembra quasi che l’imbarazzo che dovrei sentire venga in qualche modo rimosso dalle loro spalle. Le pressioni per incontrarsi nei pub o per andare a bere vanno bene – ma non ti sentire a disagio se prendo dell’acqua.

Non è un’aperta microaggressione, ma può averne le stesse ramificazioni.

L’isolamento sociale e il sentirmi considerata “altra” a causa della mia astensione dal bere, quando connessa alla mia identità di musulmana, diviene un punto di contesa che sembra togliere agli altri il divertimento.

Quindi, pensate a nuovi modi per includere negli eventi coloro che non bevono. E’ super semplice. Per esempio, quando agli eventi offrono dei biglietti per chi partecipa alle bevute, assicuratevi che siano validi anche per bevande senza alcool.

A volte non lo sono, e fanno sì che coloro che non bevono paghino (altrettanto) per bibite che costano meno dell’alcool.

Peggio, li fanno sentire come se in primo luogo l’evento non fosse mai stato indirizzato a loro.

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4) FARE SUPPOSIZIONI ARBITRARIE SUL MODO DI VESTIRE
Non tutte le musulmane indossano l’hijab, che è un copricapo.

Sembra semplice, eppure nel momento in cui salta fuori l’argomento, i/le non musulman* sembrano avere dei pensieri interessanti riguardanti il modo in cui si vestono le donne musulmane, e di come io non corrisponda necessariamente alla loro idea di musulmana.

In modo simile, quando scelgo attivamente di non indossare shorts, crop top o tube top, vengono fatte ulteriori supposizioni prevenute su come io stia ostacolando la mia liberazione.

Recentemente, ho letto un post scritto da un/’ ex musulman* divenuto virale. Il pezzo parlava di come “l’uomo nel cielo” detti legge sull’abbigliamento delle musulmane. Il post ha scatenato un polverone nelle cerchie femministe anti-razziste.

E per me, ciò che è apparso evidente è stato il disprezzo, profondamente radicato, che tutte le donne che hanno condiviso ed elogiato il post devono avere per le musulmane che decidono autonomamente di vestirsi in un certo modo.

Quando le donne non musulmane decidono cosa indossare, spesso le consideriamo scelte femministe. Comunque, quando lo fanno le musulmane, che indossino o meno l’hijab, vengono fatti i salti mortali per spiegare le ragioni per cui le musulmane si vestono nel modo in cui si vestono – e il nesso ha a che fare con la socializzazione.

In realtà, nessun* di noi vive in uno spazio vuoto, e tutte le nostre scelte saranno influenzate dalla socializzazione.

Preoccuparsi o fare supposizioni sul modo in cui si veste un’altra donna è potenzialmente una delle azioni meno femministe che si possano fare – eppure, le musulmane sono un obiettivo popolare di questa beffa. Queste microaggressioni possono essere estenuanti e uno spreco di energia.

Tutt* noi facciamo le nostre scelte sul vestiario per motivi diversi – e il “fascino” verso le musulmane sta riproducendo una discriminazione che il femminismo dovrebbe provare ad evitare.

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5) CHIAMARMI “POCO MUSULMANA” PERCHE’ SONO ANCHE UNA FEMMINISTA
Talvolta, mi capita di sentire quello che descrivo come un “complimento-insulto” – anche conosciuto come complimento ambiguo. Per sostenermi, le persone diranno un insulto generalizzato nei confronti della comunità musulmana, assumendo che ciò vada bene perché le mie convinzioni progressiste mi svincolerebbero dalla mia fede di musulmana.

In realtà, qualsiasi convinzione progressista che rientra nei valori delle femministe mainstream, è radicata nella mia fede islamica. Per esempio, il dare valore ad ogni vita umana, l’uguaglianza da un punto di vista razziale e l’accesso all’educazione sono tutti valori islamici su cui è costruito il mio femminismo.

Riferirsi a me come “moderatamente musulmana” o “poco musulmana” equivale a valutarmi come se fossi un’ala di pollo – solo moderatamente speziata. I livelli di “musulmanità” che i non musulmani utilizzano per valutare i musulmani è preoccupante e ci mette in una posizione senza avervene mai dato il consenso.

“Moderatamente musulmana” o “poco musulmana” è una dichiarazione di valore che mi viene tipicamente rivolta da persone che sembrano scioccate quando parlo di fede e femminismo.

Il sottotesto implica tipicamente che sia sorprendente il fatto che possa applicare l’Islam alla mia pratica femminista.

Alcune persone addirittura mi rigettano come femminista perché ritengono che, in quanto musulmana, supporti automaticamente l’oppressione delle donne. “Quindi sei musulmana E femminista? E come funziona? Non è un ossimoro?”

Questo cancella molto del lavoro che faccio – e quello di molte altre musulmane nel corso dei secoli.

La struttura del nostro attivismo è ancorata al femminismo islamico. Credere che l’Islam e il femminismo non siano compatibili significa cancellare fondamenti della fede islamica che studiosi come Amina Wadud hanno ampiamente illustrato come integranti delle pratiche musulmane.

Diversificate le narrative delle musulmane che condividete. Molt* femminist* non musulman* sono attratt* verso un certo tipo di narrativa musulmana femminista – quella che solitamente viene ripetuta a pappagallo da un/’ ex musulman*.

Sebbene le loro esperienze siano valide, sono soltanto quello – le LORO esperienze. E ce ne sono molte altre.

***

 

 

Lo strano femminismo dell’8 maggio

Tendenzialmente evito gli sfoghi sul web, in particolar modo su facebook, riservandomi il piacere di una conversazione privata. Tuttavia, proprio dopo una di queste conversazioni, oggi mi sono detta: perché non far sentire un’altra voce sulla questione?

Il dibattito in questi primi giorni di maggio nell’ambiente femminista di facebook riguarda le madri e, più precisamente, cosa significa per una donna essere madre. Ho notato che il dibattito si dipana su due poli opposti, che possiamo definire idillio e inferno. Come da classico otto maggio che si rispetti tutti noi ci siamo visti inondare la bacheca di messaggi d’affetto di figli a madri e di madri a figli, nulla di nuovo. Troppo colorato, roseo e finto per i miei gusti, ma, oltre ai cuori vuoti, ho avuto il piacere di leggere anche dediche e messaggi sinceri, parole che nella silenziosa sfarzosità della scrittura hanno reso grazie al coraggio e al cuore delle madri. Parallelamente a tutto ciò si sono moltiplicate le critiche alla maternità, con testimonianze di madri esaurite ed infelici, donne che non avrebbero mai voluto dare alla luce i propri figli e chi invece innalza fiera la bandiera comune con su scritto “Senza figli e felice”.

Sempre più spesso mi ritrovo a chiedermi se le persone sono in grado di capire il giusto mezzo. Poco più sopra ho esposto una diatriba silenziosa e bipolare, una sorta di guerra fredda fra chi vuole essere madre e chi no. Come se da ciò dipendesse la piena e completa presa di posizione di noi Donne, come se la piena verità dell’essere umano femminile risieda in queste due posizioni diametralmente opposte e così riassunte: se non vuoi avere figli non sei una VERA donna e se vuoi avere figli sei una schiava capitalista.

Ora, il discorso è scomodo e difficile, ma questo soprattutto perché non si è in grado di guardare oltre il proprio naso. Personalmente penso che ciascuna debba sentirsi libera di esprimere e realizzare a pieno la propria natura, materna o meno, libera, se non altro, dalle critiche di altre donne “femministe” che vogliono imporre la propria visione su più argomenti. Ho letto post in cui l’abbandono di un figlio viene giustificato in questa ottica, a parer mio distorta, di liberazione della donna dal fardello di madre e allo stesso tempo ragazze o donne che preferiscono non avere figli essere additate come folli contro natura.

Da un lato abbiamo le solite motivazioni oramai antiche: “Ma non ti piacevano i bambini?” “E il tuo compagno è d’accordo?” “Dici così ora che hai vent’anni, ma poi quando crescerai te ne pentirai!”, scuse e sciocchezze di cui trovo superfluo, al momento, discuterne. Dall’altro lato abbiamo il fronte di liberazione, che con la stessa superficialità spicciola giudica ragazze e donne che vogliono avere figli come schiave del potere maschile, condannate ad una vita di sacrifici e, l’ultima che ho sentito, malvage distruttrici del pianeta. Perdonerete il tono un po’ polemico, ma, sinceramente “Non fate figli perché siamo troppi, pensate al pianeta! Basta essere egoiste!”, mi passerete che suona bizzarro come slogan. Un sistema di controllo delle nascite è stato adottato e giudicato davvero negativamente, credo che più che limitare in questo modo bio-terroristico le nascite, sarebbe opportuno educare i figli e le persone in generale ad una cultura di gestione responsabile delle risorse umane e non, che permetta a tutti un’esistenza pacifica e dignitosa.

Purtroppo vedo sempre più spesso queste “femministe-vegan-animaliste-donne-libere-e-indipendenti-senza-uomini” (quasi un modello preconfezionato, alla stregua delle ultime meme “starter pack”) scagliarsi contro ogni cosa, qualunque argomento deve essere vagliato e stravolto alla luce della loro ottica, senza il minimo riguardo della visione – talvolta più moderata, talvolta no – degli altri membri delle discussione. Così facendo minano i loro stessi interessi, perché la discussione diventa accesa e poco seria e si finisce per non prendere più sul serio determinati argomenti e collegamenti così trattati. A malincuore mi viene quasi da pensare che certe critiche alla maternità, all’alimentazione, al velo (altra hit solo temporaneamente oscurata) siano mosse in questo modo da persone che si sentono libere e forti, ma che sembrano montare scuse su scuse per motivare questa scelta o quella posizione.

In conclusione, tutt* sembrano sempre pront* a scagliarsi contro questa o quella definizione di “donna”, perdendo di vista l’obiettivo che tutti noi ci dovremmo prefiggere: la libertà.
Essere liberi non vuol dire non avere marito, non avere figli, vestirsi in modo provocante o andare dove ci pare. Essere liberi vuol dire non avere sulle proprie spalle il peso di un giudizio capitale, il peso di qualcuno che pretenda di sapere cos’è meglio per te e cosa devi fare nella tua vita. Essere liberi di essere come si è nel rispetto del prossimo e, prima di tutto, di noi stess*. Senza scuse, senza rabbia e senza paura.

{R.

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