[Questo articolo pubblicato qui per la prima volta è di Nashwa Khan, tradotto dalla nostra bravissima – ﺝ]

Il “Girl Power” è stata la prima forma di solidarietà che ho appreso.

Aveva senso per me quando ero più giovane, e aveva senso prima dell’11 settembre – prima che iniziassi a capire che sarei sempre stata “l’altra”.

La storia del raggiungimento della mia maggiore età potrebbe non essere come quelle rappresentate nei media mainstream – e questo sembra disturbare le persone. Non ho perso la verginità dopo il ballo di fine anno e non bevevo nel dormitorio. Non ho avuto appuntamenti romantici con molte persone. Non ho vissuto quella fase in cui si va in giro per locali.

Ed è così che volevo.

Pensavo che andasse bene – e pensavo che i miei amici, a cui piacevo prima che potessimo fare tutte quelle cose negli ultimi anni della nostra adolescenza e durante i nostri primi vent’anni, mi avrebbero trattata come avevano sempre fatto.

Una cosa che avevo in comune con molte mie amiche, quando stavamo per diventare maggiorenni, era un “risveglio” femminista – ma molti dei loro non sembravano riconoscere il mio modo di vivere.

Ciò divenne evidente quando i miei valori islamici hanno cominciato ad esser biasimati dalle colleghe femministe.

Lo scorso dicembre, la mia identità di musulmana – una “diversità” che non cambierà mai – divenne particolarmente chiara quando la mia amica annunciò che il suo compleanno “non avrebbe fatto per me”, perché avrebbe comportato la presenza di alcool. Nella chat di gruppo in cui lo menzionò, sembrava che fossi improvvisamente di troppo, l’elefante nella stanza.

Non contava che l’estate precedente fossi andata nei pub con i miei amici o che anche un* dei nostri amici non musulmani non bevesse. La mia amica femminista “intersezionalista” si è comunque sentita in dovere di mettere in chiaro che io fossi diversa, sebbene sapesse che sarei potuta andare alla festa senza lamentele.

Più cresco, più la (allora) luminosa promessa di solidarietà mi sembra un’illusione sbiadita.

Il femminismo, il presunto Sacro Graal dell’accettazione, è spesso il luogo in cui mi sento più respinta. E le microaggressioni di cui ho esperienza in ambienti femministi sono di inaspettata violenza.

In base alla mia esperienza, noto che molte femministe credono che le musulmane odino se stesse – ma solo a causa delle prevenute convinzioni nei confronti della fede e del modo in cui la pratichiamo. Spesso, anche ambienti femministi cosiddetti “inclusivi” puzzano di sentimenti islamofobi presentati come femminismo.

Le donne musulmane sono state inserite in una sottocategoria – con le nostre opinioni e i nostri punti di vista repressi nel silenzio o utilizzati per agende politiche, senza nemmeno esser state invitate alla discussione.

E se dico che alcune femministe mi fanno sentire a disagio, mi viene detto che la MIA esistenza fa sentire a disagio altre femministe.

In tal caso, le donne che erano le oppresse diventano coloro che opprimono.

A quanto pare, va bene che io sia una femminista – finché evito di discutere di quanto siano comuni le microaggressioni di stampo islamofobo e di come gli eventi femministi tendano ad essere feste in cui non vengo invitata molto entusiasticamente.

Ma non posso farlo.

Non posso starmene con le mani in mano e lasciare che le femministe, che dovrebbero rispettare e confortare le altre donne, dicano alle donne più emarginate che “lo stanno facendo nel modo sbagliato” (il femminismo).

E forse non sono nemmeno le parole precise che utilizzano. Forse nemmeno si rendono conto di ciò che suggeriscono.

Ma spesso, le donne con cui cerco solidarietà nelle organizzazioni e negli ambienti femministi, finiscono col dirmi proprio quello – che non sto facendo femminismo nel modo giusto perché sono una musulmana – in piccoli modi che si sommano.
Eccone cinque.

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1) L’ARGOMENTO DEL SESSO LIBERO FINO A FARMI VERGOGNARE
Il femminismo è grandioso per una varietà di ragioni – una di queste è l’avere autonomia sul proprio corpo.

Eppure, questo principio basilare viene annacquato e frainteso nel momento in cui la sex positivity viene gettata nella mischia. In molti ambienti femministi, che siano fisici o virtuali, mi imbatto in casi in cui la sex positivity è un tema caldo. E dovrebbe esserlo – perché in tante sono state ferite profondamente a causa della vergogna e dello stigma connessi alle decisioni autonome riguardanti il sesso.

Ma comincia ad esserci un problema quando l’aspettativa predefinita è che chiunque sia femminista sia sessualmente attiva.

Le donne sono state tradizionalmente rimproverate per essere “sessuate” ed è stato loro insegnato di evitare tutte le discussioni incentrate sul sesso. Eppure, il confine tra la sex positivity e l’autodeterminazione è annebbiato (o completamente fatto a pezzi) quando non abbraccia un vasto spettro di tipologie di sessualità, soprattutto l’asessualità, e il significato che ha la positivity per quello spettro.

Le nozioni di femminismo sex positive necessitano di essere sistemate se la supposizione è sempre che essere sessualmente attive voglia dire essere liberate, mentre l’astensione dall’attività sessuale significherebbe essere oppresse.

Non prendiamo decisioni con leggerezza, e la sex positivity risulterà sempre differente tra individui differenti.

C’è una presunzione elusiva che vede le musulmane come donne non liberate se non sono sessualmente attive o espansive riguardo la sessualità. Non essere sessualmente attivi – che sia una decisione basata sulla religione o su un orientamento sessuale, come l’asessualità – dovrebbe essere rispettato in quanto forma di autodeterminazione.
Alcune musulmane fanno sesso prima del matrimonio e altre no. E quelle sono le sfumature che molti non colgono.

Vi è anche una storia complessa sulle musulmane e sul sesso nel momento in cui le musulmane sono ipersessualizzate, ma allo stesso tempo spogliate della loro sessualità. E bisogna considerare anche questo contesto.

Invece, le musulmane femministe o vengono tagliate fuori dalle conversazioni sulla sex positivity, o si suppone che siano devotamente subordinate agli uomini.

Allo stesso tempo, ci sono stati dei momenti in cui anche le musulmane sessualmente attive sono state tagliate fuori e trattate o come deviate o come “non realmente musulmane”, mentre quelle che decidono di non dare informazioni sulla loro vita sessuale vengono chiamate “puritane”.

La sex positivity non prevede che tutti debbano parlare di sesso – e conseguentemente far vergognare chiunque non lo faccia.

Come femministe, possiamo andare avanti con integrità se diamo spazio anche alla possibilità che la liberazione sessuale si trovi (pure) nell’astensione.

Oltre allo scegliere entusiasticamente di fare del sesso consensuale, esiste anche l’opzione di scegliere entusiasticamente di non farlo per ragioni basate sul credo. Le conversazioni riguardanti la sex positivity possono replicare i danni del patriarcato quando isoliamo delle persone a causa delle loro scelte autonome e quando non diamo spazio alla vasta variazione delle scelte esistenti.

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2) NON DARE SPAZIO A DIVERSE PRIORITA’
Quello di cui ho bisogno da parte dei movimenti femministi sarà diverso da quello di cui ha bisogno un’altra persona – e questo perché ci troviamo tutt* in posizioni sociali differenti.

Eppure, considerare ciò in modo negativo (o difficile) è una dinamica ricorrente negli ambienti femministi mainstream. Per esempio, può darsi che io non voglia necessariamente combattere per la body hair positivity tanto quanto lo vogliono altre donne.

Non mi depilo regolarmente, e sono molto pelosa. Ma, personalmente, discuterne o postare foto delle mie ascelle con i peli al massimo della loro lunghezza non sono delle priorità per me.

Ho preoccupazioni diverse a cui voglio dedicarmi in primo luogo nella mia liberazione femminista. La mia energia è incanalata nella lotta riguardante cose che hanno a che fare con la mia identità, come i controlli random agli aeroporti o la violenza islamofoba nel mondo accademico.

Il femminismo di ognun* apparirà differente da quello degli/delle altr* – e così le priorità. Puoi anche appassionarti a cose molteplici in una volta e supportare una varietà di movimenti.

Ma alcuni fatti hanno un impatto personale maggiore. E dato che le esperienze di ogni individuo spaziano in modi diversi, questo può avere per conseguenza anche la scelta delle priorità in cui ogni persona spende la propria energia.

So che la mia liberazione femminista non arriverà dal celebrare i peli del mio corpo o dal postare la foto dei miei capezzoli.

Ma so per certo che la mia liberazione potrebbe derivare dal venire rispettata come musulmana. Ed è qualcosa che attualmente non succede spesso, nemmeno negli ambienti femministi.

Per esempio, quando penso alle cause comuni del femminismo come quella del movimento body hair positive, ricordo che l’autoconsapevolezza che ho nei confronti dei miei peli è complessa e radicata nei commenti che le ragazze bianche facevano sulle ragazze di colore quando ero una bambina.

Ho anche assistito alla ‘rimozione’ di quante donne sikh abbiano fatto crescere i loro capelli/i loro peli per la loro fede, ma senza essere state supportate come rivoluzionarie – quante invece sono state derise dalle stesse persone che adesso dicono alle donne di colore di abbracciare la nostra peluria.

Quando nei movimenti diviene evidente una scarsità di sfumature, si tratta di microaggressione mascherata.

Le nostre complesse storie individuali o condivise hanno un impatto su tutti noi appartenenti alle organizzazioni femministe. Ciò che attira ognuno di noi verso una causa include questa storia, ma anche ciò che sono i nostri bisogni immediati e dove percepiamo le nostre energie come più preziose.

Supportare i movimenti che hanno un impatto sulle donne che si trovano in collocazioni sociali diverse dalla tua è essenziale, ma lo è altrettanto considerare se il movimento a cui stai partecipando considera in primo luogo identità intersezionali.

I movimenti sociali sono divergenti e alimentano la stessa lotta contro le strutture egemoniche che hanno un impatto determinante su tutt* noi, e il modo in cui scegliamo di combatterle può essere diverso. Supportarci l’un l’altr* e tener presenti le intersezionalità è fondamentale per andare avanti collettivamente.

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3) EVENTI FEMMINISTI INCENTRATI SULL’ALCOOL
Bere è un qualcosa di basilare per molte persone – e avendo pianificato diversi eventi, ho constatato che l’alcool è una grandiosa “spinta” per gli eventi.

So anche che alcuni musulmani bevono. E dunque capisco che quando qualcuno mi offre da bere è perché c’è una possibilità che lo possa fare anch’io. Lo fanno con buone intenzioni.

Il momento in cui mi sento a disagio, invece, è quando dico “no, grazie” – che è una risposta valida quando ti viene offerto da bere – e vengo contestata.

Soraya Roberts descrive eloquentemente le imbarazzanti situazioni e l’isolamento sociale che emergono quando lei non beve nel suo componimento “Io non bevo, non avercela con me”.

Come Soraya, mi becco le tipiche supposizioni del tipo che non deve piacermi l’alcool o che ci deve essere una ragione se non bevo. In effetti, non bevo principalmente per le credenze che derivano dalla mia fede islamica.

Eventi come il Drunk Feminist Films o i dance party sono ambienti che tendo ad evitare – perché quando ci sono andata, entusiasticamente, per supportare la mia comunità, mi sono imbattuta in un sacco di disagio da parte degli altri a causa della mia decisione autonoma di non bere.

Dall’altra -ugualmente imbarazzante- parte, in un tentativo di sembrare culturalmente competent*, alcun* semplicemente mi alienano quando pianificano questi eventi.

Una volta avevo un’amica che affermò di aver pianificato una festa di compleanno a parte, senza bevute, così che potessi sentirmi a mio agio. Io non l’avevo mai chiesto – e alla fine sono comunque andata alla sua festa al bar. Non sentivo nemmeno il bisogno di essere isolata nella chat di gruppo come la sciocca che non beve.

Per me, è violenza passiva – nonché, decisamente, un modo per segnalare che sono la stramba musulmana conservatrice.

Questo tentativo quasi insidioso appare vacuo – è un chiaro peso e un favore che francamente non ho mai chiesto.

In un fallace tentativo da alleat*, sembra quasi che l’imbarazzo che dovrei sentire venga in qualche modo rimosso dalle loro spalle. Le pressioni per incontrarsi nei pub o per andare a bere vanno bene – ma non ti sentire a disagio se prendo dell’acqua.

Non è un’aperta microaggressione, ma può averne le stesse ramificazioni.

L’isolamento sociale e il sentirmi considerata “altra” a causa della mia astensione dal bere, quando connessa alla mia identità di musulmana, diviene un punto di contesa che sembra togliere agli altri il divertimento.

Quindi, pensate a nuovi modi per includere negli eventi coloro che non bevono. E’ super semplice. Per esempio, quando agli eventi offrono dei biglietti per chi partecipa alle bevute, assicuratevi che siano validi anche per bevande senza alcool.

A volte non lo sono, e fanno sì che coloro che non bevono paghino (altrettanto) per bibite che costano meno dell’alcool.

Peggio, li fanno sentire come se in primo luogo l’evento non fosse mai stato indirizzato a loro.

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4) FARE SUPPOSIZIONI ARBITRARIE SUL MODO DI VESTIRE
Non tutte le musulmane indossano l’hijab, che è un copricapo.

Sembra semplice, eppure nel momento in cui salta fuori l’argomento, i/le non musulman* sembrano avere dei pensieri interessanti riguardanti il modo in cui si vestono le donne musulmane, e di come io non corrisponda necessariamente alla loro idea di musulmana.

In modo simile, quando scelgo attivamente di non indossare shorts, crop top o tube top, vengono fatte ulteriori supposizioni prevenute su come io stia ostacolando la mia liberazione.

Recentemente, ho letto un post scritto da un/’ ex musulman* divenuto virale. Il pezzo parlava di come “l’uomo nel cielo” detti legge sull’abbigliamento delle musulmane. Il post ha scatenato un polverone nelle cerchie femministe anti-razziste.

E per me, ciò che è apparso evidente è stato il disprezzo, profondamente radicato, che tutte le donne che hanno condiviso ed elogiato il post devono avere per le musulmane che decidono autonomamente di vestirsi in un certo modo.

Quando le donne non musulmane decidono cosa indossare, spesso le consideriamo scelte femministe. Comunque, quando lo fanno le musulmane, che indossino o meno l’hijab, vengono fatti i salti mortali per spiegare le ragioni per cui le musulmane si vestono nel modo in cui si vestono – e il nesso ha a che fare con la socializzazione.

In realtà, nessun* di noi vive in uno spazio vuoto, e tutte le nostre scelte saranno influenzate dalla socializzazione.

Preoccuparsi o fare supposizioni sul modo in cui si veste un’altra donna è potenzialmente una delle azioni meno femministe che si possano fare – eppure, le musulmane sono un obiettivo popolare di questa beffa. Queste microaggressioni possono essere estenuanti e uno spreco di energia.

Tutt* noi facciamo le nostre scelte sul vestiario per motivi diversi – e il “fascino” verso le musulmane sta riproducendo una discriminazione che il femminismo dovrebbe provare ad evitare.

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5) CHIAMARMI “POCO MUSULMANA” PERCHE’ SONO ANCHE UNA FEMMINISTA
Talvolta, mi capita di sentire quello che descrivo come un “complimento-insulto” – anche conosciuto come complimento ambiguo. Per sostenermi, le persone diranno un insulto generalizzato nei confronti della comunità musulmana, assumendo che ciò vada bene perché le mie convinzioni progressiste mi svincolerebbero dalla mia fede di musulmana.

In realtà, qualsiasi convinzione progressista che rientra nei valori delle femministe mainstream, è radicata nella mia fede islamica. Per esempio, il dare valore ad ogni vita umana, l’uguaglianza da un punto di vista razziale e l’accesso all’educazione sono tutti valori islamici su cui è costruito il mio femminismo.

Riferirsi a me come “moderatamente musulmana” o “poco musulmana” equivale a valutarmi come se fossi un’ala di pollo – solo moderatamente speziata. I livelli di “musulmanità” che i non musulmani utilizzano per valutare i musulmani è preoccupante e ci mette in una posizione senza avervene mai dato il consenso.

“Moderatamente musulmana” o “poco musulmana” è una dichiarazione di valore che mi viene tipicamente rivolta da persone che sembrano scioccate quando parlo di fede e femminismo.

Il sottotesto implica tipicamente che sia sorprendente il fatto che possa applicare l’Islam alla mia pratica femminista.

Alcune persone addirittura mi rigettano come femminista perché ritengono che, in quanto musulmana, supporti automaticamente l’oppressione delle donne. “Quindi sei musulmana E femminista? E come funziona? Non è un ossimoro?”

Questo cancella molto del lavoro che faccio – e quello di molte altre musulmane nel corso dei secoli.

La struttura del nostro attivismo è ancorata al femminismo islamico. Credere che l’Islam e il femminismo non siano compatibili significa cancellare fondamenti della fede islamica che studiosi come Amina Wadud hanno ampiamente illustrato come integranti delle pratiche musulmane.

Diversificate le narrative delle musulmane che condividete. Molt* femminist* non musulman* sono attratt* verso un certo tipo di narrativa musulmana femminista – quella che solitamente viene ripetuta a pappagallo da un/’ ex musulman*.

Sebbene le loro esperienze siano valide, sono soltanto quello – le LORO esperienze. E ce ne sono molte altre.

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