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Sono l'unica mia.

Oltre al velo c'è di più.

Mese

giugno 2016

Essere immigrato, essere donna – cronache dalla Turchia

Questo articolo è stato tradotto dalla nostra preziosa Giulia Praz, l’autrice è Aslı Davas che ha pubblicato l’articolo su Feminist politika (rivista trimestrale, numero 28, 2015), riferimento internet www.sosyalfeministkolektif.org . Grazie mille!

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Negli scarponi spessi i miei piedi sono freddi come il ghiaccio. Ho freddo.
E’ come se i miei piedi fossero direttamente dentro quella fanga appiccicaticcia.
Fango ovunque.
Plastica, stoffa, brande, ovunque tende fatte riunendo qualunque cosa si trovi.
Il pavimento di queste tende, curve e rovinate come cartoni gettati, è la nuda terra.
Ancora fermi all’ingresso, già sentiamo un grido.
Due bambini  – uno con i calzini ai piedi, l’altro con delle ciabatte in gomma – stanno bisticciando, una donna si è messa in mezzo e prova a dividerli stancamente.
Ovunque bambini, sono tanti, piccoli, neonati, sono almeno 40 e hanno cinque anni al massimo.
Alcuni poi sono ancora fra le braccia delle madri.
Nonostante tutto, benché tristi i loro sguardi sono luccicanti. Con quegli occhi enormi e scuri ci scrutano con curiosità.

Era piuttosto affollato quel giorno, all’appuntamento per lo screening medico dei lavoratori agricoli stagionali, presso il quale ero andata con l’Associazione Ponte dei Popoli.
Il Ponte dei Popoli,  come esso stesso si definisce, “è stato fondato per migliorare/rafforzare l’amicizia in ambito pubblico e il sentimento di solidarietà fra i popoli, per mediare l’umanitarismo di fronte ai disastri socio-politici o a quelli naturali, divenenti poi essi stessi tragedie sociali. E’ un’associazione umanitaria senza scopo di lucro.”
E’ un’associazione solidarista, portata avanti completamente da volontari; alle riunione indette ogni lunedì, che si sia membri o meno, tutti possono partecipare, decidere e avere diritto di voto.
Il suo capitale è il buon cuore e la capacità delle persone che vi prendono parte.
L’associazione, della quale quella sanitaria è solo una delle attività, grazie a studenti di medicina volontari, dottori, ostetriche, infermieri, operatori sanitari e in compagnia di traduttori volontari, compie screening medici sia nel centro città che nelle periferie.
Nell’équipe sono presenti perfino attori volontari. Giocheranno con i bambini.
Con i colleghi traduttori ci disperdiamo fra la tendopoli.
Alle nostre spalle continuamente alcuni ragazzi, non ci perdono mai di vista, qualunque cosa chiediamo sono sempre loro i primi a provare a risponderci. Apprendiamo trattarsi dei “protettori”.
Sono il tramite fra padrone e lavoratori, della cui paga ricevono una quota.
Il protettore tiene i conti, gestisce gli spazi, contratta con il padrone per i prezzi e le condizioni di soggiorno.
Il padrone dà la paga al protettore, e il protettore la distribuisce fra i lavoratori.
I residenti della tendopoli sono giunti in Turchia da lontano, dalle regioni di Aleppo, Ras al-Ayn e Kobane, per sfuggire alla guerra o per cercare lavoro. 13351103_10153570610092694_1125240693_o.png

Come lavoratori stagionali, la maggior parte è stata prima a Bursa per poi arrivare a Smirne.
Una parte di loro è costituita da bambini lavoratori, che nascosti dietro la schiena della madri ci guardano sorridendo timidamente. I protettori con i quali lavorano pagano meno gli immigrati rispetto ai cittadini Turchi. Se ad un Turco si da 40, ad un immigrato Siriano si danno al massimo 30 lire.
Domando alle donne, la maggior parte di quelle con cui parliamo ci dice che la paga giornaliera è di 15-20 lire, e che è ormai un mese e mezzo che non ricevono nulla.
Il protettore ha detto che il padrone non ha pagato, ma non si fidano.
La maggior parte non ha documenti, non può lavorare, attende di capire come reclamare i propri diritti, una speranza.
Sono molto preoccupate. Il proprietario del terreno in cui hanno costruito le loro tende ha detto di sgomberare, e ancora, il protettore non porta più lavoro. Del resto non hanno un posto dove andare, ma mettiamo il caso lo trovino, qualora se ne andassero lo sforzo di quanti mesi andrebbe in fumo.
In gran parte venute da Aleppo, confidandoci che “Non abbiamo più una casa, ce l’hanno distrutta”, fanno un respiro profondo e alzano gli occhi al cielo.
La loro disperazione è spaventosa. Cerchiamo di non pensare nemmeno agli abusi e agli stupri subiti dalle donne immigrate sul posto di lavoro. Abbiamo paura a chiedere.
Qui hanno lavorato con gli uomini nei campi, nei vigneti, nei giardini e hanno ricostruito la loro vita da zero.
Le donne hanno intessuto nodo dopo nodo le loro vite, riallestito gli spazi, in qualche modo sono riuscite ad adibire parte della tendopoli a cucina.
Con quello che trovano preparano il cibo, soprattutto pane, portano l’acqua, accendono il fuoco. Una donna ci mostra la fonte, tutto intorno è sporchissimo, praticamente è come se l’acqua scorresse nell’immondizia, che la municipalità non raccoglie.

Nella tendopoli non ci sono stufe, la gente si copre come meglio può con ciò che trova o con le coperte portate dagli aiuti umanitari.
Mentre noi tremiamo nei nostri vestiti pesanti, loro sembrano essere abituati, mentre guardo le mie mani divenute viola per il freddo mi chiedo se non soffrano quanto noi.
In ogni tenda in cui entriamo sono per primi gli uomini a raccontarci le loro preoccupazioni.
Quelli cui serve un’operazione o delle medicine sono sempre loro o i bambini.
I problemi di salute di vecchi e bambini sono sempre preoccupazione delle donne.
Come confermato dalla letteratura scientifica fra gli immigrati i bambini non vaccinati, i malati di dissenteria, le carenze alimentari, i malati cronici, come diabetici e ipertesi, sono molti di più.
Alcuni, chi ha trovato i soldi per pagarsi il viaggio o chi ha amici che conoscono la lingua, è persino andato in ospedale ma poi non avendo abbastanza denaro non ha potuto comprare medicinali.
I controlli regolari invece sono praticamente assenti.
Fin dall’inizio le donne non parlano mai di sé. Pensano sempre agli altri. Vogliono e chiedono sempre per gli altri. Del resto non hanno tempo, tutta la tendopoli è sulle loro spalle.
Non è possibile che si rechino da sole alle strutture sanitarie. Sentiamo che gli uomini ci vanno, possono uscire tranquillamente dal campo, e hanno iniziato ad imparare un Turco raffazzonato.13350980_10153570609562694_976112199_o.png

Poi notiamo che una donna ci sta seguendo e capiamo che dirà qualcosa, è da tanto che i suoi occhi hanno iniziato a parlare.
Facciamo domandare al nostro amico traduttore, la donna sorride ma non parla, ci attira da una parte e si allontana dal traduttore, che è un uomo. Inizia a raccontare il proprio problema nella sua lingua. Non abbiamo un traduttore donna nel nostro gruppo, e iniziamo insieme a cercarne uno.
Lei continua a raccontare e a mostrare la pancia. Alla fine troviamo la traduttrice e capiamo la questione. Le mestruazioni non arrivano, la pancia le fa male e ha delle perdite. Non ha potuto dirlo a nessuno. Le chiediamo se ha usato o meno precauzioni, dice che vuole farsi chiudere le tube.
Poi iniziamo a passeggiare insieme.
Capiamo che è il problema di moltissime donne, ma che per vergogna, non  conoscenza della lingua, perché spaventate dai propri mariti o per povertà non viene raccontato.
Inoltre apprendiamo che nelle condizioni in cui si trovano, le donne Siriane non vogliono avere bambini.
Al contrario di quanto si pensi molte di loro vogliono proteggersi. Ma non sanno con quali metodi e come raggiungerli, e chi va al centro di salute per la famiglia se ne torna a mani vuote.

A una donna recatasi radunando tutte le forze al centro per farsi rimuovere la spirale è stato detto di andare in ospedale, poiché questo tipo di operazione non poteva esser fatta nella struttura. Dopodiché non ha più avuto modo di andarci. Aveva perdite maleodoranti ed era molto spaventata. Senza nemmeno chiedere quale fosse il loro disturbo, dallo screening veniamo a conoscenza del fatto che molte donne presentano infezioni del tratto urinario e perdite vaginali. Vediamo donne incinte mai state visitate, che badano ai bambini, al lavoro e a nutrire gli altri, mai loro stesse.
Una di loro mentre lavorava a Bursa raccogliendo frutta si è infortunata la fascia lombare, cioè è stato passato come incidente sul lavoro, ha dolori da un mese ad una gamba. Anche i suoi movimenti sono piuttosto limitati. Non ha preso medicine né è andata dal dottore, non si lamenta neppure.
Se fosse accaduto qualcosa all’uomo di casa o a suo figlio sicuramente il modo si sarebbe trovato. Secondo le nostre possibilità procediamo a somministrare medicinali, a insegnarle degli esercizi da fare.
Se non dovesse passare, le diciamo come potrà contattarci attraverso l’associazione ed andare insieme dal dottore. Per tutte lavorare è molto importante, anche a condizioni svantaggiose, gli incidenti sul lavoro non sono certo la loro preoccupazione primaria.
Hanno trovato un lavoro, uno spazio in cui potersi fermare, una tenda sotto la quale infilare la testa.
E’ come se non esistesse condizione alla quale non siano in grado di resistere. Alcune lavorano per la prima volta in vita loro, non si lamentano ma spiegano “in realtà nel nostro paese eravamo signore”.
Tutt’altra è la  nostalgia di queste donne, che lodano Dio per non essere morte, per essere sfuggite alla crudeltà, che si sono lasciate alle spalle vite completamente diverse.
Improvvisamente donne e bambini iniziano a correre verso l’ingresso. Non capisco cosa stia accadendo.13383564_10153570611627694_1109025256_o.png

Pare siano arrivati gli aiuti, tutte si precipitano, forse per una coperta o uno straccio in più da stendere a terra.
Non sono gli uomini, ma sempre le donne a correre per accaparrarsi gli aiuti.
La donna con la quale abbiamo parlato poco fa sta tornando indietro, con le mani vuote spiega qualcosa con tono nervoso. Racconta che gli aiuti non giungono a tutti equamente.  Non è riuscita a prendere nulla per i suoi bambini.
Suo marito se ne sta seduto.
Anche chiedere aiuto è compito delle donne.
Sullo sfondo sentiamo le grida di uomini e bambini. L’équipe ha distribuito dei palloncini, uno dei bambini non è riuscito a prenderlo e come piange! Di nuovo parlano le donne, anche portare serenità è loro dovere, mettere tutto in ordine. Gli animatori hanno iniziato a suonare i loro flauti e i bambini a piedi scalzi, come i topi ne Il Pifferaio magico, iniziano a seguirli in marcia, a ballare, a ridacchiare.

Come se non avessero mai visto alcuna guerra.

Le donne dai grandi occhi scuri sorridono nelle loro gote appesantite.

Dovunque la responsabilità di costruire la vita è sulle loro spalle.

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Burkini: dove comprarlo e come farlo da sole! (e non solo)

Ahh, benedetto burkini, lo “sviluppo” del bikini! La soluzione per le musulmane che amano il mare, un ottimo compromesso. Non tutti sanno di che si tratta, compresi diversi musulmani, ma invero è spesso al centro di tante polemiche (come il velo, niente di che stupirsi), ed ho pensato che sarebbe carino parlarne, sfatare qualche mito e dare qualche istruzione per farselo a casa da sole…

Cos’è il burkini?

Prima domanda! Ebbene, il burkini è una sorta di muta da sub, che chiaramente non ha lo stesso spessore, ed è mediamente aderente, leggero, in poliestere (materiale che viene

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Ahiida Zanetti

usato effettivamente per vestiti di svariati sport acquatici). In genere, è integrale e completo di velo, ma può essere più corto, più largo, più aderente, completo di cuffia anziché di velo, al punto che si adatta perfettamente sia alle ragazze e alle donne che non portano il velo, sia alle non-musulmane desiderose di un costume più coprente del bikini o dell’intero.

La donna che lo ha inventato è una stilista musulmana australo-libanese, Ahiida Zanetti, amante dello sport e del mare, ma anche della moda, tanto che la sua creazione, destinata alla compagnia Ahiida e conseguentemente a noi che ne facciamo tesoro, ha sfilato poco prima delle Olimpiadi di Pechino. “E’ un’enorme soddisfazione per me e per tutte le donne musulmane che a lungo hanno dovuto rinunciare a fare sport perché non trovavano i capi adatti da indossare” dichiarava Ahiida; sono tante le musulmane che, pur coprendosi, fanno sport, dal calcio alla danza (come ci dimostravano anche Stephanie Kurlow, la ragazza che danza con l’hijab, e molte altre).

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E la salute?

E l’apporto di vitamina D? Sappiamo bene che la vitamina D è fondamentale per il nostro corpo e ci viene fornita di raggi UVB quando siamo esposti al Sole. Ne abbiamo carenza tutto l’anno, e di certo non dipende dal velo, ma dalla vita frenetica che conduciamo e che ci fa ammalare. La vitamina D aiuta le nostre ossa, ma anche i muscoli, il cuore, i polmoni e molto altro del nostro organismo, perché  interviene in molteplici trasformazioni enzimatiche e biochimiche. Un po’ di sana tintarella, dopotutto, non fa male, ma né il velo né il burkini, se agiamo correttamente, rappresentano un problema; è consigliabile, quindi, esporsi al Sole almeno 4 volte alla settimana scoprendo braccia, viso e gambe per una ventina di minuti. Basta mettervi davanti alla finestra, sul balcone, in spiaggia con un burkini un pochino più ridotto. Vedete voi, ma pensate alla salute!

Ottimo! E dove si compra.. o come si fa?

Ho scoperto che ci sono tanti tipi di burkini, che come accennavo diventano adatti a tutte le donne che vogliono coprire un po’ di più, e molti sono coloratissimi ed eleganti. Dove si comprano? Beh, in verità, ho pensato di chiedere direttamente a voi, su Facebook, qualche consiglio! C’è anche chi opta per un classico costume intero. E sono stata lietamente sorpresa anche per delle istruzioni per il burkini fai-da-te..

Rosanna : Necessario. L’ho comprato dal sito ahiida.com. E’ super affidabile e di ottima logoqualità ma il prodotto arriva dall’Australia, dunque ci sono da pagare i dazi doganali. Ad ogni modo, un burkini della marca ahiida lo si può trovare anche su altri siti. Credo sia il migliore anche se costoso. Veramente si asciuga subito e protegge dai raggi uv. Comunque, andare al mare con il burkini e’ un esperimento antropologico molto interessante!

F.:  Ahiida, sotto saldi, é vero che costa di più ma mi fido del tessuto!

Lara: Costume intero con gonnellina, preso su Bonprixheader-logo

 

W. S.: Mi manca nuotare e mi è stato consigliato di comprarlo da modanisa.com, che ci mette meno.modanisa-beyaz

 

Sara ci consiglia di consultare Aliexpress, si è trovata bene!, Victoria ci consiglia ebay, dove costano meno.

[questo articolo è aggiornabile, nel caso vogliate aggiungere qualcosa!]

ed ora, il fai da te!

Monica:  Io per il mare uso dei pantaloni comprati da terranova (sono in poliestere sottilissimo, ci mettono pochissimo ad asciugare), come seconda opzione ho un pantalone lungo hawaiano da uomo (tipo quelli che usano i surfisti), che può essere prodotto utilizzando due bermuda da uomo. Per il sopra ho comprato 2 maglie da corsa alla Decathlon (sono bucherellate e asciugano velocemente, sono fatte apposta per asciugare mentre si suda), una l’ho tagliata e ho usato i pezzi per fare maniche e per allungarla.
Per la testa ho comprato sempre alla Decathlon bandana tubolare da ciclista/sportivo.
Con circa 20/25euro mi sono prodotta “la muta”, che preferisco anche ai modelli in vendita perché si asciuga più velocemente!

 

Rispondere a “hey, ma non era meglio il bikini?”

Nah. Cari non musulmani, sicuramente incontrerete ragazze musulmane in bikini, perché ognuna ha il suo cammino, vive l’Islam come desidera. I religiosi e le religiose poco o non praticanti esistono anche tra i musulmani, ma coloro che praticano sanno benissimo a cosa vanno incontro abbracciando l’Islam, sanno che il Corano è più importante di Forza Nuova, sanno

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Il simpatico corteo di 4 gatti di FN a Bolzano che non vuole le donne velate in piscina perché si devono adeGuArE!1!

che non sentiranno la simpatica sabbia nel costume né l’ustione di terzo grado sulla schiena. Inoltre, il burkini non si appiccica, è traspirante,  non ha ancora ucciso nessuno, e se ci guardano male, chissenefrega: abbiamo comunque deciso noi, come chi sta in topless (e magari viene guardata male lo stesso), cosa mostrare al mondo. Non solo prescrizioni, ma valori islamici che decidiamo liberamente e autonomamente di accogliere nei nostri cuori ed amare.

Le critiche di alcuni musulmani

C’era da aspettarselo: saltano fuori le critiche! C’è, difatti, chi afferma che il burkini sia in realtà anti-islamico: non è così largo, e poi se si bagna fa veder tutto!, si riduce una copertura islamica ad una “commercialata”!, sono le donne promiscue quelle che indossano il burkini!

Ribattiamo: il fatto che noi donne coperte, nel caso durante una nuotata avessimo il costume integrale più attaccato alla pelle, che strane idee dovremmo suggerire? Non è che… la malizia è negli occhi di chi guarda? Che poi, è opinabile il fatto che un burkini bagnato abbia lo stesso effetto di un bikini striminzito. “Ambiguo” in questo caso non è “haram”, a meno che per “donna promiscua” non intendiate “scostumata”! Nel caso vi appaia così.. fratelli, distogliete lo sguardo e lasciateci nuotare senza pensieri! E mi raccomando, che il vostro costume parta almeno dal’ombelico e arrivi alle ginocchia, com’è stato prescritto!

Alcuni affermano che addirittura la fusione delle parole “burqa” e “bikini” sia irrispettosa, richiama il peccato! Non è che lo stiamo prendendo un po’ troppo sul serio, questo nome? D’altra parte, come diceva la bella Giulietta di Shakesperare, “cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo una rosa non perderebbe il suo profumo se avesse un altro nome.“.

Ricordo, inoltre, lasciando a voi le riflessioni, la frase del profeta, pace e benedizione su di lui, che recita: «Insegnate ai vostri figli [e alle vostre figlie] a nuotare, a tirare con l’arco e andare a cavallo» (narrato da Hazrat Ibn Umar) 
I musulman* sanno che dietro tutto c’è un perché, sono consapevoli di come alle donne spetti la stessa istruzione degli uomini e di quanto i generi siano eguali in diritti, come esplicitano sure e hadith.

Termino questo articolo con un trionfo di burkini, proprio in risposta alle critiche mosse da alcuni musulmani, con ironia!

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Quello non è acqua, è proprio sperma! – cronache dalla Turchia

Traduzione dal turco e introduzione di Giulia Praz, articolo originale di Hande Çayır

L’articolo si riferisce ad un fatto avvenuto il 25 maggio 2016, su un bus della compagnia Metro Turizm, diretto dalla città di Muğla a İstanbul.
Una studentessa universitaria, assopitasi durante il viaggio, è stato vittima di abusi sessuali.
L’assistente di viaggio ha iniziato a masturbarsi, infine avvicinandosi alla ragazza ancora addormentata le ha eiaculato sul volto.
La vicenda ha scatenato uno scandalo a più livelli: il fatto gravissimo di per sé, la gestione dell’accaduto da parte della compagnia Metro, le reazioni divise dell’opinione pubblica.
Le associazioni femministe turche, e non solo, stanno ovviamente seguendo il caso per evitare che la questione venga archiviata e che il crimine resti impunito.
Il caso sta evolvendo di giorno in giorno, l’assistente dapprima si è difeso parlando di un malinteso, sostenendo che quanto denunciato dalla ragazza non fosse sperma, ma acqua.
Dagli ultimi sviluppi, invece, probabilmente per appellarsi all’insanità mentale, sembra che l’imputato sostenga di aver seguito gli ordini di Satana.
L’articolo è stato scritto da Hande Çayır per il suo blog e diffuso da T24, giornale online indipendente.
Hande è un’artista e scrittrice interessata alle questioni femministe, divenuta nota al grande pubblico per aver recitato nella serie ‘Medcezir’, versione turca del telefilm O.C.

Su değil o, sperm sperm!

Quello non è acqua, è proprio sperma!

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Hande Cayir

L’assistente di viaggio che su un bus della compagnia Metro Turizm ha eiaculato sul volto di una passeggera addormentata non è un “deviato”. Dicendo che è un “pervertito”, criminalizzandolo come orco, si allontana quella persona da noi; quando invece gli autori di questo genere di violenza non sono mostri, sono le stesse persone banali che incontriamo ogni giorno.

 

L’Associazione Lotta alla Violenza Sessuale lo ha già spiegato, ricordiamolo:
[…] Quasi tutti i perpetratori di violenza non sono né depravati, né mostri, sono le persone che possiamo incontrare nella vita di tutti i giorni. Persone sposate e con figli, insegnanti, autisti, dottori, fratelli, padri, fidanzati e così via.  Quando allontaniamo i colpevoli chiamandoli pervertiti e mostri, essi diventano invisibili. Non riusciamo a identificarli con nessuno. Non ci si interroga nemmeno sulla violenza stessa perpetrata, si parla sempre di mostri e depravati che compiono crimini lontano, da qualche parte. Questo modo di affrontare la questione alimenta i miti sulla violenza sessuale; ovvero crea la percezione che la violenza sessuale riguardi l’incapacità di controllare gli impulsi sessuali o sia un tipo di malattia mentale, facendo sì che la responsabilità di quanto compiuto dagli abusatori venga alleggerita.  Così la verità sulla violenza sessuale, come abuso di forza e di controllo, viene oscurata.
Mentre il capo della direzione di Metro Turizm Çiğdem Öztürk condivide il rammarico confermando l’accaduto all’opinione pubblica, il proprietario dell’azienda di trasporti Galip Öztürk su Twitter ha rilasciato la seguente dichiarazione:

Sappiamo che siete solo dei luridi traditori della patria, collaboratori dell’antistato, adesso ve la prendete con la sicurezza del servizio Metro, da voi ci si aspetta proprio di tutto”.

Adesso la donna, sulla quale l’assistente ha eiaculato, è in attesa che lo sperma venga usato come prova del reato. Allo stesso tempo si è preso un campione di sperma dell’assistente, rilasciandolo immediatamente.
Secondo le indiscrezioni, l’assistente si è difende dicendo che “si è solo rovesciata dell’acqua”.

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“Passengero di Metro Turizm”, una delle tante vignette satiriche turche

Cioè, un uomo, riguardo una donna in viaggio su un bus, sulla quale ha eiaculato mentre era addormentata, crede che potrà giustificarsi dicendo “si è rovesciata dell’acqua”.
Ormai non potremo più dormire su un autobus? Anzi, lasciamo perdere il dormire, non potremo più prendere un autobus? Oppure siamo così abituati agli abusi e allo stupro che non ci sorprendiamo più? E quelli che, con questa mentalità, si chiedono “Che ci faceva una ragazza a quell’ora sull’autobus” cosa faranno? Chiuderanno tutte le donne in casa e se ne andranno belli comodi a fare il tour del quartiere?

 

La discussione sull’accaduto è ormai al di là della competenza delle associazioni femminili.
Passo dopo passo arriveremo al punto di non poter più vivere tutti insieme. Tutto accade davanti ai nostri occhi. Immersi nel tram tram quotidiano, diamo un’occhiata a quel che succede per poi tornare subito ai fatti nostri.

E poi, stimabile Öztürk, per l’amor di Dio, che connessione c’è fra l’antistato e l’eiaculare in faccia? “Traditore della patria”, “sicurezza del servizio” avete detto; ma vi rendete conto, l’assistente su un vostro autobus ha eiaculato sul volto di una donna!  Cioè, secondo voi, i complottisti sono arrivati di corsa, hanno fatto un piano e vi hanno scelto come bersaglio; avete un assistente che su un vostro autobus – in una società così conservatrice – ha eiaculato sul volto di una donna! Riuscite a comprenderlo? Aspettiamo che ci informiate sull’analisi del vostro sistema e sui provvedimenti che prenderete.

La “voracità sessuale”, circa il sesso, è uno dei più grandi problemi in Turchia.
Secondo voi quell’assistente da dove ha appreso la sessualità? Chi ha preparati le fonti delle quali si è servito? Con il punto di vista di chi ha maturato le sue idee? Questa è una catena di disgrazie. Signori, i porno che vedete non sono la realtà!
Se mentre dormiamo su un autobus vi masturbate e ci eiaculate in faccia non moriamo di piacere come potreste pensare. Urliamo!
Tuttavia, una speranza c’è. La forza dei social media. Se questo fosse accaduto in passato, la notizia avrebbe potuto non pervenirci. Da Ekşi Sözlük* ha raggiunto i media mainstream. Siamo coscienti di questa potenza! Non restiamo in silenzio! Condividiamo! Seguiamo la vicenda! E, ancora prima, rendiamoci conto della nostra potenza. Anche la nostra normalità fossero queste situazioni contorte cui siamo esposti, il mondo non è fatto di questo, non dovrebbe.

Mi sono imbattuta in discussioni come “Sul pullman non c’erano uomini? Magari gli avessero spaccato il naso e la bocca”. Rompendo un naso o una bocca e appellandosi di nuovo alla violenza, è così, con la repressione e l’annientazione, che credete si

Protest against murder of a woman in Turkey
Qualcuno ricorda Aslan Özgecan? Cortei e manifestazioni per lei, stuprata e bruciata su un autobus a Mersin

rompa questo meccanismo? Nel programma scolastico dovrebbero essere inserite lezioni di educazione sessuale! Improvvisamente ho iniziato a pensare che quei fortunati cui è impedito di entrare in Turchia, siano stati salvati da forze invisibili.
Nel fine settimana sarei dovuta andare – con l’autobus – a visitare l’anziano della nostra famiglia. Ho in programma di indossare un casco al contrario, a coprirmi il viso.
Porterò con me del veleno. Metterò degli aghi nella mia borsa. Frequenterò quel corso intensivo di Aikido. Poi ancora mi nasconderò delle pinze sotto braccio.
Abbiamo visto anche questo!
Questo fatto, di nuovo, non è un incidente, un episodio di violenza sessuale perpetrato su una sola donna. Significa lanciare la terrorizzante minaccia “vi faremo ciò che vorremo quando lo vorremo, e senza ricevere alcuna pena, restando liberi” a tutte le donne.
La soluzione, anzitutto, la aspetto dal governo.
Il far sentire la voce, invece, da tutti noi!

*social media popolare in Turchia, basato su hashtag e simile a Twitter.

[grazie Giulia Praz!]

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