Questo articolo è stato tradotto dalla nostra preziosa Giulia Praz, l’autrice è Aslı Davas che ha pubblicato l’articolo su Feminist politika (rivista trimestrale, numero 28, 2015), riferimento internet www.sosyalfeministkolektif.org . Grazie mille!

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Negli scarponi spessi i miei piedi sono freddi come il ghiaccio. Ho freddo.
E’ come se i miei piedi fossero direttamente dentro quella fanga appiccicaticcia.
Fango ovunque.
Plastica, stoffa, brande, ovunque tende fatte riunendo qualunque cosa si trovi.
Il pavimento di queste tende, curve e rovinate come cartoni gettati, è la nuda terra.
Ancora fermi all’ingresso, già sentiamo un grido.
Due bambini  – uno con i calzini ai piedi, l’altro con delle ciabatte in gomma – stanno bisticciando, una donna si è messa in mezzo e prova a dividerli stancamente.
Ovunque bambini, sono tanti, piccoli, neonati, sono almeno 40 e hanno cinque anni al massimo.
Alcuni poi sono ancora fra le braccia delle madri.
Nonostante tutto, benché tristi i loro sguardi sono luccicanti. Con quegli occhi enormi e scuri ci scrutano con curiosità.

Era piuttosto affollato quel giorno, all’appuntamento per lo screening medico dei lavoratori agricoli stagionali, presso il quale ero andata con l’Associazione Ponte dei Popoli.
Il Ponte dei Popoli,  come esso stesso si definisce, “è stato fondato per migliorare/rafforzare l’amicizia in ambito pubblico e il sentimento di solidarietà fra i popoli, per mediare l’umanitarismo di fronte ai disastri socio-politici o a quelli naturali, divenenti poi essi stessi tragedie sociali. E’ un’associazione umanitaria senza scopo di lucro.”
E’ un’associazione solidarista, portata avanti completamente da volontari; alle riunione indette ogni lunedì, che si sia membri o meno, tutti possono partecipare, decidere e avere diritto di voto.
Il suo capitale è il buon cuore e la capacità delle persone che vi prendono parte.
L’associazione, della quale quella sanitaria è solo una delle attività, grazie a studenti di medicina volontari, dottori, ostetriche, infermieri, operatori sanitari e in compagnia di traduttori volontari, compie screening medici sia nel centro città che nelle periferie.
Nell’équipe sono presenti perfino attori volontari. Giocheranno con i bambini.
Con i colleghi traduttori ci disperdiamo fra la tendopoli.
Alle nostre spalle continuamente alcuni ragazzi, non ci perdono mai di vista, qualunque cosa chiediamo sono sempre loro i primi a provare a risponderci. Apprendiamo trattarsi dei “protettori”.
Sono il tramite fra padrone e lavoratori, della cui paga ricevono una quota.
Il protettore tiene i conti, gestisce gli spazi, contratta con il padrone per i prezzi e le condizioni di soggiorno.
Il padrone dà la paga al protettore, e il protettore la distribuisce fra i lavoratori.
I residenti della tendopoli sono giunti in Turchia da lontano, dalle regioni di Aleppo, Ras al-Ayn e Kobane, per sfuggire alla guerra o per cercare lavoro. 13351103_10153570610092694_1125240693_o.png

Come lavoratori stagionali, la maggior parte è stata prima a Bursa per poi arrivare a Smirne.
Una parte di loro è costituita da bambini lavoratori, che nascosti dietro la schiena della madri ci guardano sorridendo timidamente. I protettori con i quali lavorano pagano meno gli immigrati rispetto ai cittadini Turchi. Se ad un Turco si da 40, ad un immigrato Siriano si danno al massimo 30 lire.
Domando alle donne, la maggior parte di quelle con cui parliamo ci dice che la paga giornaliera è di 15-20 lire, e che è ormai un mese e mezzo che non ricevono nulla.
Il protettore ha detto che il padrone non ha pagato, ma non si fidano.
La maggior parte non ha documenti, non può lavorare, attende di capire come reclamare i propri diritti, una speranza.
Sono molto preoccupate. Il proprietario del terreno in cui hanno costruito le loro tende ha detto di sgomberare, e ancora, il protettore non porta più lavoro. Del resto non hanno un posto dove andare, ma mettiamo il caso lo trovino, qualora se ne andassero lo sforzo di quanti mesi andrebbe in fumo.
In gran parte venute da Aleppo, confidandoci che “Non abbiamo più una casa, ce l’hanno distrutta”, fanno un respiro profondo e alzano gli occhi al cielo.
La loro disperazione è spaventosa. Cerchiamo di non pensare nemmeno agli abusi e agli stupri subiti dalle donne immigrate sul posto di lavoro. Abbiamo paura a chiedere.
Qui hanno lavorato con gli uomini nei campi, nei vigneti, nei giardini e hanno ricostruito la loro vita da zero.
Le donne hanno intessuto nodo dopo nodo le loro vite, riallestito gli spazi, in qualche modo sono riuscite ad adibire parte della tendopoli a cucina.
Con quello che trovano preparano il cibo, soprattutto pane, portano l’acqua, accendono il fuoco. Una donna ci mostra la fonte, tutto intorno è sporchissimo, praticamente è come se l’acqua scorresse nell’immondizia, che la municipalità non raccoglie.

Nella tendopoli non ci sono stufe, la gente si copre come meglio può con ciò che trova o con le coperte portate dagli aiuti umanitari.
Mentre noi tremiamo nei nostri vestiti pesanti, loro sembrano essere abituati, mentre guardo le mie mani divenute viola per il freddo mi chiedo se non soffrano quanto noi.
In ogni tenda in cui entriamo sono per primi gli uomini a raccontarci le loro preoccupazioni.
Quelli cui serve un’operazione o delle medicine sono sempre loro o i bambini.
I problemi di salute di vecchi e bambini sono sempre preoccupazione delle donne.
Come confermato dalla letteratura scientifica fra gli immigrati i bambini non vaccinati, i malati di dissenteria, le carenze alimentari, i malati cronici, come diabetici e ipertesi, sono molti di più.
Alcuni, chi ha trovato i soldi per pagarsi il viaggio o chi ha amici che conoscono la lingua, è persino andato in ospedale ma poi non avendo abbastanza denaro non ha potuto comprare medicinali.
I controlli regolari invece sono praticamente assenti.
Fin dall’inizio le donne non parlano mai di sé. Pensano sempre agli altri. Vogliono e chiedono sempre per gli altri. Del resto non hanno tempo, tutta la tendopoli è sulle loro spalle.
Non è possibile che si rechino da sole alle strutture sanitarie. Sentiamo che gli uomini ci vanno, possono uscire tranquillamente dal campo, e hanno iniziato ad imparare un Turco raffazzonato.13350980_10153570609562694_976112199_o.png

Poi notiamo che una donna ci sta seguendo e capiamo che dirà qualcosa, è da tanto che i suoi occhi hanno iniziato a parlare.
Facciamo domandare al nostro amico traduttore, la donna sorride ma non parla, ci attira da una parte e si allontana dal traduttore, che è un uomo. Inizia a raccontare il proprio problema nella sua lingua. Non abbiamo un traduttore donna nel nostro gruppo, e iniziamo insieme a cercarne uno.
Lei continua a raccontare e a mostrare la pancia. Alla fine troviamo la traduttrice e capiamo la questione. Le mestruazioni non arrivano, la pancia le fa male e ha delle perdite. Non ha potuto dirlo a nessuno. Le chiediamo se ha usato o meno precauzioni, dice che vuole farsi chiudere le tube.
Poi iniziamo a passeggiare insieme.
Capiamo che è il problema di moltissime donne, ma che per vergogna, non  conoscenza della lingua, perché spaventate dai propri mariti o per povertà non viene raccontato.
Inoltre apprendiamo che nelle condizioni in cui si trovano, le donne Siriane non vogliono avere bambini.
Al contrario di quanto si pensi molte di loro vogliono proteggersi. Ma non sanno con quali metodi e come raggiungerli, e chi va al centro di salute per la famiglia se ne torna a mani vuote.

A una donna recatasi radunando tutte le forze al centro per farsi rimuovere la spirale è stato detto di andare in ospedale, poiché questo tipo di operazione non poteva esser fatta nella struttura. Dopodiché non ha più avuto modo di andarci. Aveva perdite maleodoranti ed era molto spaventata. Senza nemmeno chiedere quale fosse il loro disturbo, dallo screening veniamo a conoscenza del fatto che molte donne presentano infezioni del tratto urinario e perdite vaginali. Vediamo donne incinte mai state visitate, che badano ai bambini, al lavoro e a nutrire gli altri, mai loro stesse.
Una di loro mentre lavorava a Bursa raccogliendo frutta si è infortunata la fascia lombare, cioè è stato passato come incidente sul lavoro, ha dolori da un mese ad una gamba. Anche i suoi movimenti sono piuttosto limitati. Non ha preso medicine né è andata dal dottore, non si lamenta neppure.
Se fosse accaduto qualcosa all’uomo di casa o a suo figlio sicuramente il modo si sarebbe trovato. Secondo le nostre possibilità procediamo a somministrare medicinali, a insegnarle degli esercizi da fare.
Se non dovesse passare, le diciamo come potrà contattarci attraverso l’associazione ed andare insieme dal dottore. Per tutte lavorare è molto importante, anche a condizioni svantaggiose, gli incidenti sul lavoro non sono certo la loro preoccupazione primaria.
Hanno trovato un lavoro, uno spazio in cui potersi fermare, una tenda sotto la quale infilare la testa.
E’ come se non esistesse condizione alla quale non siano in grado di resistere. Alcune lavorano per la prima volta in vita loro, non si lamentano ma spiegano “in realtà nel nostro paese eravamo signore”.
Tutt’altra è la  nostalgia di queste donne, che lodano Dio per non essere morte, per essere sfuggite alla crudeltà, che si sono lasciate alle spalle vite completamente diverse.
Improvvisamente donne e bambini iniziano a correre verso l’ingresso. Non capisco cosa stia accadendo.13383564_10153570611627694_1109025256_o.png

Pare siano arrivati gli aiuti, tutte si precipitano, forse per una coperta o uno straccio in più da stendere a terra.
Non sono gli uomini, ma sempre le donne a correre per accaparrarsi gli aiuti.
La donna con la quale abbiamo parlato poco fa sta tornando indietro, con le mani vuote spiega qualcosa con tono nervoso. Racconta che gli aiuti non giungono a tutti equamente.  Non è riuscita a prendere nulla per i suoi bambini.
Suo marito se ne sta seduto.
Anche chiedere aiuto è compito delle donne.
Sullo sfondo sentiamo le grida di uomini e bambini. L’équipe ha distribuito dei palloncini, uno dei bambini non è riuscito a prenderlo e come piange! Di nuovo parlano le donne, anche portare serenità è loro dovere, mettere tutto in ordine. Gli animatori hanno iniziato a suonare i loro flauti e i bambini a piedi scalzi, come i topi ne Il Pifferaio magico, iniziano a seguirli in marcia, a ballare, a ridacchiare.

Come se non avessero mai visto alcuna guerra.

Le donne dai grandi occhi scuri sorridono nelle loro gote appesantite.

Dovunque la responsabilità di costruire la vita è sulle loro spalle.

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