13532931_10209755698188855_1088633132398482910_nSi è tenuta a Livorno il primo Luglio la conferenza, seguita da uno spettacolo di danza orientale che “danzava il rito”, “Al di là del sacro”, iniziativa del CESDI (Centro Servizi Donne Immigrate) dove insieme a molti ospiti si è parlato delle mutilazioni genitali femminili, facendo un focus su cosa si intenda per “sacro” e sui diritti delle donne, argomenti che mai e poi mai dovranno finire nel dimenticatoio. L’evento, tenutosi presso la Fortezza Vecchia di Livorno, è stata aperto dai ringraziamenti di Cristina Cerrai, consigliera di parità, dall’introduzione di Ina Dhmigjini, assessora del comune labronico, e condotta da Arianna Obinu, giornalista ed eccellente moderatrice, che ha fornito al pubblico anche una fluente descrizione di ogni danza praticata dalle danzatrici del Karabà, allieve della coreografa e danzatrice Nada Al Basha.
Prima di proseguire, desidero aprire una piccola parentesi sul cosa siano le mgf.

Le mgf, mutilazioni, o modificazioni, genitali femminili, così chiamate dall’Organizzazione mondiale della Sanità, sono pratiche tradizionali eseguite in almeno 28 paesi africani per motivi non terapeutici prevalentemente su bambine e giovani ragazze. Sono rimozioni, totali o parziali, o danneggiamenti dei genitali femminili, della clitoride (si parla quindi di “escissione”), responsabile del desiderio e del piacere femminile, e dalle labbra all’interno della vagina stessa allo stopmgfscopo di, anche cucendola (infibulazione), restringerla. In Italia le mgf sono vietate dalla legge 7 del 2006 e recentemente divenute illegali in alcuni paesi africani.* 

Interessanti le testimonianze al maschile di 5 ragazzi, dai 19 ai 28 anni, provenienti dal Benim, dal Gambia e dal Senegal, richiedenti asilo: le loro parole sono state utili alla conoscenza delle motivazioni profonde che si celano nell’usanza delle mgf. Tutti i ragazzi hanno specificato che si tratta di una tradizione molto antica, che io vi dico già in voga all’epoca degli ittiti e dei fenici, praticata con un coltello o con una lama e di conseguenza chiamata anche qata3a (taglio), poi festeggiata con grandi feste sfarzose, per vari motivi: in alcune comunità, c’è la credenza (errata) che la clitoridectomia faciliti il parto, in altre si pensa che benefici la donna dell’autocontrollo e che la valorizzi rendendola “pura”. I motivi più importanti, comunque, riguardano il matrimonio: le ragazze non infibulate, non troveranno marito, non varranno niente per la “vendita”, mentre quelle che hanno subito la mgf costeranno molto allo sposo, spesso più grande della consorte e, talvolta, poligamo (non avere desideri sessuali rende l’uomo sicuro di non essere tradito e rende più sopportabile la presenza di altre donne).

Shahrazad Al Basha, la presidenta del Cesdi, ha parlato dei canoni estetici. “C’è un forte bisogno di modellarsi su canoni estetici riconosciuti dalla comunità. Ma imposti da chi?”. La risposta a questo interrogativo è stata: il genere maschile. Perché, se da questo non dipendesse, una donna non circoncisa verrebbe chiamata nexa, impura? Difficile essere in disaccordo: il patriarcalismo e il maschilismo, diceva Shahrazad, legati anche alle interpretazioni distorte del testo più venerato in Africa, il Corano, dominano l’Africa… ma
anche l’Europa. Ad esempio, recentemente, è divenuta di moda la vaginoplastica, praticata soprattutto da giovani donne che tentano di avvicinarsi alla forma di una vulva… da pornostar. Quale altro motivo, se non il compiacimento dell’uomo? Ed è solo un esempio.

Perfettamente d’accordo Farhia Aidid, dall’associazione “Punto di partenza”, che ricorda anche quanto una vagina “poco larga” possa accrescere il piacere sessuale di un uomo. Per questo, certi mariti fanno ricucire le “proprie” donne anche una seconda volta, anche dopo il parto, di nuovo, con l’approvazione delle generazioni più anziane.
Più pericoloso di un uomo maschilista? Una donna maschilista. In Somalia, raccontava 995392_1150915778253575_3177326662374926501_n.jpgFarhia, alcune madri tentavano di ribellarsi all’usanza in seguito alle campagne di sensibilizzazione del Governo, ma erano completamente assoggettate dai voleri delle nonne delle bambine da infibulare. Le donne come loro, in particolare molte mutilatrici, mettono in gioco troppe scuse, troppi luoghi comuni e “miti scientifici” astrusi, ma riescono nell’intento e mandano avanti una tradizione che, come ha chiarito Osama Tawfik, rappresentante della comunità egiziana, pochi si decidono ad abbandonare per la paura di perdere la propria identità culturale, che molti fondamentalisti ritengono affossata dall’Occidente (che vorrebbe proibire le mgf, appunto). Chi lo direbbe che la circoncisione femminile, tuhur, curi l’infertilità, come sostiene qualcuno? Se non sono “miti” fantasiosi questi…

Osama ha parlato di una “divisione” consistente che si è venuta a creare tra l’Islam “africano” e quello “mediorientale” (nell’ottica dell’attuazione degli insegnamenti islamici) riguardo il “taglio”, e attribuisce ai popoli dediti alle modificazioni (sempre più estreme di quelle rammentate nell’hadith) un bisogno di “riadattare” la religione alle proprie abitudini secolari per poterla accettare e giustificare i propri gesti.
Ancora una volta, difatti, assistiamo alla strumentalizzazione dell’Islam: solo un hadith, alcuni ritengono di dubbia veridicità, parla di mgf, il Profeta (pbsdl) raccomanda, senza alcun obbligo (non è assolutamente fard), un taglio, khifad, poco invasivo riguardante la punta della clitoride, che dovrebbe far uscire “solo” sette gocce di sangue. I motivi, come per la circoncisione maschile, sarebbero legati principalmente alla pulizia dei genitali, ma non ammetterebbero mai pratiche come l’asportazione della clitoride o, peggio, dell’infibulazione, perché per l’Islam il piacere del sesso nel matrimonio, per ambo le parti, è importantissimo, un dono di Allah, e non deve in alcun modo essere compromesso. Al massimo, migliorato.

Che la religione sia quindi un pretesto o, più realisticamente, qualcosa di marginale, è stato ribadito anche da Frank Awani, rappresentante della comunità nigeriana: nel sud della Nigeria soprattutto i cristiani attuano le mgf. “L’Africa non ha perso la sua cultura neanche col colonialismo, ma la cultura cambia col tempo”, tanto che anche grosse superstizioni sono andate a perdersi negli ultimi decenni, come una che riguarda i parti gemellari: credendo che due fratelli portassero sfortuna, uno di essi veniva gettato nel fiume. Rimangono, appunto, le mgf, e ci si chiede, con l’aria che tira riguardo il fondamentalismo di cui parlavamo poco fa, quale metodo adottare affinché vengano abbandonate anch’esse. Ne discute certamente anche Amnesty International, per l’occasione rappresentata da Silvana Moroni, che ha introdotto l’argomento delle spose bambine: 13,500 milioni di bambine dagli 8 anni in su all’anno vengono costrette a contrarre un matrimonio forzato, anche laddove le leggi lo proibiscono (ancora, la cultura 13165829_1006126302799075_595460834933301532_ncontro la legalità), e per questo è necessario instaurare un dialogo con le persone e incoraggiarle al cambiamento. Le spose bambine non vanno più a scuola, non sono fisicamente pronte per la maternità, non possono decidere quando e come avere figli visto che il marito, di 30-40 anni più grande e spesso poligamo, ha tutto il potere. Perché così presto?.. per compiacere l’uomo. Da bambine non possono essere che vergini e possono essere facilmente “educate” a non avere vita sociale fuori dalla famiglia, che devono accudire interamente, e quindi a non avere la possibilità, né la voglia, di tradire il marito. Amnesty sollecita i Governi a creare leggi che rendano queste pratiche illegali e li incitano perché vengano rispettate, spingendoli spesso a creare campagne di sensibilizzazione.

 

La conferenza, una volta chiusa, ha lasciato posto ad un meraviglioso spettacolo eseguito dalle danzatrici del Karabà, allieve della coreografa, direttrice artistica e meravigliosa danzatrice Nada Al Basha, con la partecipazione dei maestri Emanuele Le Pera e Leandro Bartorelli. Ecco qui un video (suona Leandro) e la coreografia iraqi eseguita anche al Teatro Vertigo pochi giorni prima, esempi di come ogni ballo.. danzasse il rito o fosse al di là del sacro.

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*consiglio il libro “La bambina di sabbia”, della sudanese Halima Bashir, e di vedere il film “La sposa bambina”.

 

 

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