(Traduzione dell’articolo di Katy Cowan, dal blog “Creative Boom” http://www.creativeboom.com/inspiration/being-queer-feeling-muslim/)

Musulmani queer alla ricerca di spazi sicuri in cui pregare, chiedendosi: siamo peccatori oppure no?; imam che si considerano femministi; persone transgender che stanno scuotendo la visione tradizionale e religiosa dei ruoli di genere – la fotografa tedesca Lia Darjes li ha incontrati in diverse zone del mondo occidentale (Francia, Germania, Canada, Inghilterra, Stati Uniti) e adesso racconta le storie di coloro che stanno costruendo delle comunità progressiste ed inclusive.

«Ad oggi, sette paesi a maggioranza musulmana hanno introdotto la pena di morte per chi compie il crimine di ‘rapporto omosessuale’», dice Lia. «Se da una parte questo fatto implica che una grossa fetta del mondo musulmano abbia abbracciato un’interpretazione omofoba del Corano, dall’altra troviamo un numero notevole di musulmani di tutto il mondo che non accettano questa visione come fondamento della loro religione. Si battono contro l’omofobia tanto quanto si battono contro l’islamofobia e il razzismo.»

La sua mostra “Being Queer, Feeling Muslim” sarà esposta al FORMAT, il più grande festival della fotografia del Regno Unito, che quest’anno esplorerà la tematica dell'”habitat”.

Una fotografia della sua mostra (sopra) ritrae El-Farouk e suo marito Tony di Toronto, Canada: «Dove mi trovo oggi non è necessariamente il punto da cui ho iniziato. E potrei dirti a che punto sono, ma non è un granché. Ma la strada che mi ha portato qui non è stata facile. Ho iniziato dal presupposto che essere gay fosse un peccato e che chi aveva rapporti fosse “problematico”, nel migliore dei casi.

Ma questo non sembrava accordarsi con il significato più ampio del Corano e degli insegnamenti del Profeta a cui credevo e con ciò che effettivamente mi era stato insegnato. Non penso che l’omosessualità sia un peccato perché la sessualità nell’islam non è un peccato. La sessualità ci è stata donata da Dio. E nel versetto 49.13 Allah dice:Abbiamo fatto di voi popoli e tribù affinché vi conosceste a vicenda”. Considero le persone queer come una di quelle nazioni o tribù.»

samira

Samira, Toronto © Lia Darjes«Vengo da un paese in cui essere gay è punibile con la morte. Nel 1979, quando ebbe inizio la rivoluzione islamica, la mia famiglia emigrò in Canada, dove crebbi adottando uno stile di vita piuttosto secolare. Forse è per questo che non ho mai dovuto fare coming out con i miei genitori, credo che avessero sempre saputo che fossi lesbica. L’11 settembre, all’improvviso, divenni musulmana: non perché iniziai a comportarmi diversamente, ma perché le persone cominciarono a guardarmi con altri occhi. Bastava un’occhiata al mio nome e iniziavano a comportarsi in modo diverso. Perché non capiscono che ci sono molti modi di essere musulmani in paesi diversi, con tradizioni diverse, forme diverse? Perché riescono ad accettarlo per il cristianesimo e l’ebraismo ma non per l’islam?»

amin

Amin, Los Angeles © Lia Darjes: «Mi trovo tra due fronti – a volte mi batto all’interno della comunità musulmana per una maggiore tolleranza verso le persone LGBT, altre volte affronto persone queer e non musulmane lottando contro l’islamofobia rampante di questo paese. Mi sento obbligato a educare gli altri su entrambi i fronti. Allo stesso tempo, non sento il bisogno di essere “approvato” da nessuno. Non mi sento confuso a causa delle varie componenti della mia identità. Ad esempio, non mi sento particolarmente eccitato alla prospettiva di una moschea per gay. Se ci fosse una grande moschea e le persone vi andassero per pregare insieme, mi sentirei comunque a disagio – gay o non gay. Ma ritengo che le persone abbiano il diritto di farlo. E’ strano? Sembra che mi contraddica, vero?»

hassan

Hassan, Parigi © Lia Darjes: «Mi considero ancora musulmano dal punto di vista culturale, ma non sono più un credente. Durante un certo periodo della mia vita, i miei amici mi chiamavano “musulmano a intermittenza”. A quel tempo avevo già smesso di credere, ma volevo ancora provare a sperimentare un islam più moderato e contemporaneo – un islam dei nostri giorni. Volevo incontrare persone che riuscissero a gestire il loro essere queer e musulmani nello stesso tempo. Ma penso ancora che per gli omosessuali sia meglio non credere in Dio. Se lo fai, sarà complicato. Crea un sacco di problemi – problemi psicologici. La ragione principale per cui ho lasciato l’islam è la mia omosessualità. Non riesco ad essere entrambe le cose. Era molto difficile per me non credere più in Dio e nel suo profeta Muhammad, difficile non credere più in un sacco di cose rassicuranti. Non credere nel destino. Non credere che ogni cosa che mi accadeva fosse programmata da Dio. Non credere che ci sia qualcuno a giudicare cosa accade sulla Terra. Mi ci è voluto un sacco di tempo per smettere di considerarmi credente. Non mi manca la mia fede – per me non credere è più rassicurante di credere.»

saadiya

Saadiya, Toronto © Lia Darjes:  «Per me, essere queer e musulmana significa poter essere ciò che Dio ha voluto che io fossi. E per me equivale ad essere una donna istruita, buona, premurosa e che ama gli altri. Prima pensavo che fosse una cosa negativa, ma più ho conosciuto me stessa e la comunità queer, più ho capito che siamo uguali a tutti gli altri. Abbiamo gli stessi bisogni delle altre persone. Abbiamo gli stessi diritti di chiunque altro.»

jason

Jason, Los Angeles © Lia Darjes: «Quando mi sono convertito all’islam un paio di anni fa, essere gay non rappresentava un problema per me. Avevo semplicemente realizzato di voler essere musulmano, e in quel momento, in quanto giovane musulmano appena convertito, mi concentravo unicamente sul mio rapporto con Dio e su come avvicinarmi di più a Lui. Il mese successivo mi resi conto che avrei dovuto dare un’occhiata a ciò che il Corano diceva sull’omosessualità…E tutto era estremamente negativo, molto, molto negativo. E’ stato scioccante per me.»

ludovic

Ludovic, Parigi © Lia Darjes: «Nel 2012, non avendo trovato nemmeno un imam in Francia che non volesse dar fuoco ai musulmani transgender, ho fondato una moschea aperta a tutt* a Parigi. Le reazioni sono state piuttosto violente. Essere musulmano, arabo e gay e pertanto membro di vari gruppi minoritari mi ha aperto gli occhi: le minoranze vengono discriminate in modo particolare in tempi di crisi economica. Dobbiamo conoscere meglio l’islam e dobbiamo capire chi siamo veramente per poter combattere l’omofobia.»

joey

Joey, Los Angeles © Lia Darjes: «Ero un ateo piuttosto convinto quando mi imbattei in una copia del romanzo di Michael Muhammad Knight, “The Taqwacores”, che racconta la storia di un fittizio movimento punk musulmano di fatto formatosi dopo la pubblicazione. Lo comprai, lo lessi in un paio di giorni e mi aprì gli occhi nei confronti della religione […] In un certo senso, i miei pensieri erano molto ortodossi quando misi insieme comunità LGBT e islam. A primo impatto, quando vai a leggere cosa dicono il Corano e gli hadith, sembra tutto piuttosto negativo, che non possa andar bene. Ma quando leggi altre fonti, altri versetti del Corano e altri hadith, diventa palese che è tutta questione di come decidiamo di interpretarli.»

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Sara, New York © Lia Darjes: «Per me non è mai stata questione di “riconciliazione”. Sento che le mie due identità – queer e musulmana -si completano a vicenda. E che posso essere me stessa quando abbraccio al 100% quello che rappresento. Celebro il mio essere queer e celebro l’islam. Per quanto mi riguarda, non è mai stato un problema essere queer nella mia comunità musulmana. Molte persone pensano che la comunità musulmana sia un’unica grande cosa, ma non lo è. Ognuno di noi crea la propria comunità. Non conosco tutti gli altri 2 miliardi di musumani. Conosco solo quelli che vedo ogni giorno nella mia comuntà locale, che mi amano e che sono lì per me, conoscendomi per quella che sono. Personalmente, ho avuto più problemi recandomi negli spazi queer, nei quali ho riscontrato molta islamofobia. Lì pensano spesso che non sia possibile essere queer e musulmani. Devo dimostrarglielo, dunque: è possibile, perché io sono qui e conosco un sacco di persone come me. Non ho mai percepito l’islam come un qualcosa di limitante per la mia vita, anzi, è sempre stata la mia fonte di forza. Faccio più coming out da musulmana che da queer. Molte persone hanno forti pregiudizi sull’aspetto della donna musulmana e sul modo in cui si comporta.  Eppure, quando condivido tutto questo con qualcuno parlandone come di una cosa importante per me, spesso si sentono confusi.»

-G.