I giorni dopo il doppio attentato alle chiese copte in Egitto avevo tante cose da dire e scrivere. Alcune, forse, le avrei scritte con rabbia, ed altre parole, invece, le avrei scritte con un tono di malinconia. Le foto dell’attentato sono immagini che rimangono impresse a lungo e che colpiscono il cuore ancora di più se provengono dal tuo paese di origine. Chi ha ucciso i cristiani nelle chiese li ha ucciso in nome della mia religione, chi giaceva senza vita era un mio concittadino.

Questi eventi non hanno fatto che far riaffiorare in me un vecchio ricordo. Una delle mie zie, di nome Karima, viveva in uno di quei quartieri egiziani dove le case sono cosi vicine da sembrare pezzi di mosaico da assemblare. Per sei anni aveva provato ad avere figli, senza riuscirci, ed io ero diventata una figlia da accudire e proteggere anche se per quel breve periodo delle mie vacanze estive. Le strade del quartiere dove abitava, dopo la preghiera del tramonto, si riempivano di ragazzi e bambini intenti a giocare. Mia zia aveva timore di farmi scendere di casa da sola cosi, quando ero ormai stufa di guardare i cartoni, per passare il tempo trascorrevo alcune ore delle mie giornate affacciata alla finestra a guardare gli altri bambini giocare e le persone che percorrevano la strada. L’unico momento in cui mi era consentito uscire da sola era quando passava il venditore ambulante di zucchero filato. “Tieni Sara, ecco i soldi! Prendi lo zucchero filato e risali subito, habebty!”. Scendevo di corsa le scale, davo i soldi in mano al venditore di zucchero filato, prendevo il mio zucchero in mano e risalivo a guardare dal balcone gli altri bambini giocare a rincorrersi per i vicoli del quartiere. Nel Palazzo di fronte al nostro, abitava una famiglia di sole tre donne. Un’anziana signora, una donna di mezza età e una bambina che, ai tempi, aveva più o meno la mia età di nome Maria. Il padre di Maria era partito per la Libia e tornava al Cairo una volta l’anno, la madre lavorava tutto il giorno e la lasciava insieme alla nonna rimasta sola dopo la morte del marito morto in guerra. La madre di Maria e mia zia avevano due cose in comune, entrambe erano molto protettive nei nostri confronti, entrambe non ci davano il consenso di goderci l’infanzia giocando per strada. Io e Maria avevamo, altrettanto, due cose in comune: ad entrambe piaceva affacciarsi dalla finestra, ad entrambe piaceva lo zucchero filato. Ogni mattina chi si svegliava per prima chiamava l’altra. Gli altri bambini si rincorrevano, io e Maria invece ci raccontavano storie affacciate dalle rispettive finestre…Il venerdì lei aspettava il mio ritorno con mia zia dalla moschea, ed io la domenica aspettavo il suo ritorno con la nonna dalla chiesa.Ci eravamo create un mondo tutto nostro, composto di racconti, di risate e di richiami dalle finestre. Per vederci e poter giocare, anche se per pochi minuti insieme, avevamo escogitato “il trucco dello zucchero filato”. Appena passava il venditore correvo da mia zia a chiederle i soldi, scendevo e trovavo Maria ad aspettarmi. Giocavamo qualche minuto, senza che mia zia o sua nonna notassero la nostra assenza. Risalivo le scale ridendo, immaginando la faccia di Maria che rideva anche lei per l’escamotage che ripetevamo ogni giorno per giocare insieme.

Non avevamo mai toccato il tema della religione, forse non capivano nemmeno le differenze, o molto probabilmente la ritenevamo una cosa di poco conto, finché un giorno quell’equilibrio tra di noi si ruppe. Nella mia mente da bambina immaginavo che tutti gli italiani fossero cristiani, mentre in Egitto fossero tutti musulmani, così le chiesi “Enti leh mesiheya we mesh moslema? Perché sei cristiana e non musulmana?” Maria mi rispose con una domanda analoga “Enti leh moslema we mesh mesiheya?”. Per giorni la finestra di Maria rimase chiusa e al mio richiamo nessuno rispondeva. Il venditore di zucchero filato passava e nessuna delle due scendeva a comprarlo. Raccontai il tutto a mia zia Karima e con stupore mi disse di scendere a comprare due zuccheri filato, uno per me ed uno da portare a casa di Maria. Con la paura di essere rifiutata bussai alla sua porta. Appena aprì, con lo zucchero filato in mano le dissi “La prossima settimana torno in Italia, puoi chiedere a tua nonna se almeno per oggi possiamo giocare insieme a nascondino per strada?”. Passammo tutto il pomeriggio insieme e la sera salutai Maria dalla finestra di casa “Ci vediamo l’anno prossimo che devo tornare in Italia”. L’estate dopo tornai da mia zia, ma Maria si era trasferita altrove.

La condizione dei non musulmani all’interno di uno Stato, secondo l’Islam, dovrebbe essere quello di “dhimmy” (protetti). Il profeta Mohamed pbsd disse “Nel giorno della Resurrezione, io stesso sarò nemico di chi ha dato fastidio ad un protetto”. Maria “la copta”, non la vidi più a malincuore, ma amo immaginarla pregare ogni domenica in chiesa insieme a sua nonna.

Sara Ahmedsonolunica2

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