Non è facile vivere in Palestina. Essere Palestinesi può costare la prigione e, a volte, la vita stessa.

In questi giorni si è sentito spesso – solo grazie a chi ha cuore la questione – dello sciopero della fame portato avanti dai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, le quali “ospitano” più di 6000 prigionieri, tra civili, politici e donne, e 300 minori in detenzione amministrativa.

Questi 300 bambini rinchiusi senza capi di accusa né processi dimostrano una delle tante violazioni dei più elementari diritti umani e del fanciullo da parte dello Stato d’Israele, come si evince dalla risoluzione del Parlamento Europeo sulla situazione dei prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliani del 27 agosto 2008 e dalla risoluzione del Parlamento Europeo sul ruolo dell’UE nel processo di pace in Medio Oriente del 7 settembre 2015. Ad aggravare il panorama delle violazioni dei diritti umani è l’ultimo rapporto annuale di Amnesty International, nel quale si legge che “i metodi di interrogatorio comprendono botte con bastoni, schiaffi, posizioni di stress, privazione di sonno e minacce”.

Se si pensa al fatto che se si è colti nel tirare una pietra contro l’esercito israeliano, sia questo a terra (ma pur sempre armato) che dentro macchine da guerra, non importa!, si rischiano 20 anni di carcere, ci si rende conto di quanto l’ingiustizia sia diventata ormai di moda: insomma, pensateci, il sesto esercito più forte del mondo teme il lancio di un piccolo sasso! Paradossalmente, David contro Golia! I bambini palestinesi non possono alzarsi ogni mattina con la normalità di un bambino israeliano, europeo o americano. Ogni giorno devono fare i conti con una occupazione che impedisce loro di vivere spensierati e con quell’allegria tipica della fanciullezza, il che preclude il più delle volte anche il diritto allo studio. Devono fare i conti con l’assenza di un padre o una madre incarcerati, o, il più delle volte, uccisi. Devono fare i conti con la loro identità: essere Palestinesi nella loro terra usurpata da più di 70 anni.
Ahmed Manasra, e come lui tanti altri, lo sa bene: 14 anni, imprigionato per sospetto di tentato omicidio, è protagonista e testimone delle violenze fisiche e psicologiche che i bambini palestinesi ricevono nelle carceri israeliane, le cui conseguenze non possono essere altro che danni per lo più psichici.

Vedendo tutto questo, le lacrime agli occhi trovano assai facilità nel superare lo sforzo di trattenerle: come è possibile, umanamente parlando,che dei bambini debbano subire tutto questo per essere semplicemente Palestinesi. Di violazioni di diritti umani ormai se ne sente parlare quasi ogni giorno in Siria, in Iraq, in Arabia Saudita… La Palestina, al contrario, e i suoi figli non meritano la stessa attenzione.

Eppure, in questo lugubre show di violazioni, il coraggio non cede davanti alla paura. Le leonesse della Palestina, le donne, mettono al mondo i loro figli con la consapevolezza di insegnare loro a convivere con l’ingiustizia, l’omertà e persino la negazione della loro identità. Così, i bambini palestinesi vengono al mondo con il cuore che pulsa di resistenza, perché in Palestina la vita è intrinsecamente legata ad essa.

Fadwà Tuqan, la poetessa della Palestina, se fosse viva dedicherebbe ai bambini palestinesi questi versi:
“O nostro giovane domani! Fa sapere al flagellatore cosa vuol dire il tremito del parto; digli come nascono le margherite dal dolore della terra, e come risorge il mattino dalla rosa del sangue delle piaghe.”

I bambini sono il presente, il futuro, e la pace. Sono il seme dell’ulivo. Se si preclude loro la possibilità di vivere spensierati, liberi e con i loro sogni, come si può pensare che questi due popoli possano vivere mai in pace?

Zeinab

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