“Migrante”, “Profugo”, “Rifugiato”, sembrano così simili e sinonimi tra loro questi tre termini che molto spesso vengono confusi o usati impropriamente nel parlato comune, eppure hanno tutti un significato ben preciso a livello giuridico e politico.

I migranti sono persone che si spostano in un altro paese o in un’altra regione con l’intento di migliorare le loro condizioni materiali e sociali, le loro prospettive future e quelle delle loro famiglie. Vengono considerati regolari se risiedono in un paese con regolare permesso di soggiorno, rilasciato dall’autorità competente; è irregolare invece se entrano in un paese evitando i controlli di frontiera, oppure se entrano regolarmente per esempio con un visto turistico ma è rimasto in quel paese anche dopo la scadenza di quest’ultimo, o ancora se non hanno lasciato il paese di arrivo dopo l’ordine di allontanamento.
Mentre rifugiato non è un sinonimo di migrante perché ha un significato giuridico preciso: nel diritto internazionale, “rifugiato” è lo status giuridicamente riconosciuto di una persona che ha lasciato il proprio paese e ha trovato rifugio in un paese terzo. La sua condizione è stata definita dalla Convenzione di Ginevra, firmata nel 1951 e ratificata da 145 stati membri delle Nazioni Unite. L’Italia ha accolto tale definizione nella legge numero 722 del 1954.
Viene chiamato invece “richiedente asilo” colui che è fuggito dal proprio paese d’origine e richiede rifugio ad uno stato terzo facente parte della Convenzione di Ginevra. Infine, “profugo” è una parola che deriva dal verbo latino profugere, «cercare scampo», composto da pro e fugere (fuggire), quindi fuggire da una situazione sociale, economica o politica del proprio paese d’origine.

Molto curiosa risulta la riflessione su un quotidiano britannico chiamatosi Guardian: nel quale viene messa in discussione la distinzione tra “expatriate” (letteralmente “espatriato”, in italiano, cioè emigrato) e immigrato: il primo termine viene riservato esclusivamente «ai bianchi occidentali che vanno a lavorare all’estero» mentre «gli africani sono immigrati. Gli arabi sono immigrati. Gli asiatici sono immigrati». Le due parole vengono cioè caricate, spesso implicitamente, di un significato razzista: se un bianco va a vivere all’estero è un expat, se la stessa cosa la fa un nero è un immigrato(1).

Ma entriamo nel dettaglio; a cosa hanno diritto i profughi e a cosa no, una volta accolti nel nostro paese? Ad esempio i profughi per i primi sei mesi non possono lavorare in Italia, è possibile solo dopo che sono trascorsi sei mesi e solo se così è scritto sul permesso di soggiorno, è anche vero che accogliere un profugo ha un costo ma sfatiamo falsi miti: per l’accoglienza di ciascun profugo lo Stato italiano può arrivare a spendere 35 euro al giorno, questo è infatti il costo massimo stabilito. Di questi, solo 2,50 euro al giorno (7,50 in caso di famiglie di 3 o più persone) entrano «nelle tasche» delle persone a titolo di «pocket money» (per un caffè, le sigarette, ecc.), il resto della somma viene erogato alla struttura di accoglienza che con quei soldi deve assicurare vitto, alloggio, pulizie, vestiario, igiene, insegnamento della lingua italiana, assistenza legale, una ricarica telefonica di 5,00 euro ogni 15 giorni e gli altri servizi previsti dalla convenzione che ciascuna struttura sottoscrive con la Prefettura di riferimento(2). Insomma il minimo indispensabile per poter accedere ad una vita dignitosa.

Passando invece alle tempistiche: la durata dell’accoglienza dipende da quanto tempo lo Stato italiano impiega per esaminare la domanda di asilo, ad oggi la procedura dura tra i due e i tre anni durante i quali i profughi rimangono nelle strutture di accoglienza che li ospitano. Inoltre la legislazione europea prevede che lo Stato di primo arrivo li identifichi e, successivamente, valuti la loro condizione. Durante l’esame delle domande le persone non possono lasciare l’Italia per trasferirsi in un altro Stato UE. Anche successivamente al riconoscimento di rifugiati devono rimanere nello Stato che ha riconosciuto loro la protezione. E’ importante, ai nostri giorni saper distinguere i termini e i significati di queste parole, soprattutto perché il flusso di questi tre nei paesi occidentali aumenta molto velocemente considerando i conflitti createsi in Medio Oriente e non solo, per saper comprendere a fondo anche le dinamiche di accoglienza anche all’interno del nostro stesso paese, non così scontate e a noi lontane come sembrerebbe.

FONTI:

Munira

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