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In Germania, un nuovo femminismo islamico spera di lasciare un segno

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Fedeli in preghiera nella Moschea Ibn Rushd-Goethe durante la preghiera del venerdì inaugurale il 16 giugno 2017. Crediti: Carsten Koall/European Pressphoto Agency

 

Berlino – All’interno dell’edificio di mattoni rossi che ora ospita la moschea più nuova e, probabilmente, più inusuale della capitale, Seyran Ates sta iniziando una rivoluzione femminista della fede islamica.

“Allah akbar” canta una voce femminile, pronunciando l’espressione araba “Dio è grande”, mentre una donna dai capelli bicolori inizia la chiamata musulmana alla preghiera. Un ulteriore rottura con la tradizione è che uomini e donne, solitamente divisi durante il culto, colgono la chiamata sedendo fianco a fianco sul pavimento coperto di tappeti.

Ates, una femminista islamica proclamata e fondatrice della nuova moschea, sale su un tappeto color crema e inizia un sermone commovente. Due imam, una donna e un uomo, prendono successivamente la guida della preghiera del venerdì in lingua araba. Il culto finisce con i fedeli che si uniscono a due rabbini in visita, cantando assieme una canzone ebraica sull’amicizia.

In questo modo si conclude la preghiera del venerdì inaugurale alla Moschea Ibn Rushd-Goethe di Berlino, offrendo una visione diversa dell’Islam in un continente influenzato da una guerra di culture e opinioni sull’accogliere e accettare o meno questa fede. Problemi tossici quali la radicalizzazione, dicono Ates e i suoi sostenitori, possono potenzialmente essere risolti in modo semplice: con l’introduzione di un nuovo modo di vivere la fede, progressista e femminista.

“L’intento è quello di dare uno spazio sacro all’Islam liberale” dice Ates “Mi sento molto discriminata nelle moschee tipiche, dove le donne devono pregare in brutti stanzini sul retro.”

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Seyran Ates fa l’introduzione alla prima preghiera del venerdì il 16 giugno 2017 alla Moschea Ibn Rushd-Goethe di Berlino della cui organizzazione fa lei stessa parte. Crediti: Sean Gallup/Getty Images

Il soggetto di critiche e, si spera, di supporto è la sala di preghiera. Essa fa parte di un numero crescente di moschee liberali fondare in tutto o in parte da donne. Viste dai loro sostenitori come l’antidoto alle discriminazioni di genere che spesso portano le donne musulmane al dover pregare in spazi angusti, questo nuovo tipo di moschee “femministe” fanno parte di una richiesta di cambiamento.

A Londra, l’iniziativa femminile Inclusive Mosque Initiative ha aperto le porte nel 2012. Imam donne sono spesso alla guida della preghiera che vede coinvolti fedeli musulmani uomini e donne, di qualsiasi culto, gay e lesbiche inclusi. In tempi più recenti, sale di preghiera miste e imam donne si sono diffuse tra le moschee di vari Paesi, dalla California, alla Svizzera, fino alla Danimarca.

Tradizionalmente, uomini e donne pregano in ambienti separati per ragioni di umiltà. Alcune persone sottolineano come nel Corano non vi sia una richiesta di separazione, altri sostengono che le voci femminili non debbano essere udite durante la preghiera.

Nonostante ciò, le donne hanno ricoperto la funzione di imam già nei primi tempi dell’Islam e le attiviste musulmane stanno perciò sfidando le norme tradizionali da decadi. Un’attivista molto nota è Amina Wadud, americana, che ha diretto un famoso sermone del venerdì in una moschea sudafricana nel 1994.

Ates ha fondato la moschea di Berlino grazie a donazioni. Curda turca di 54 anni, è ben nota nella comunità musulmana tedesca, che conta 4 milioni di fedeli. Quando era studentessa è sopravvissuta ad un attacco con armi da fuoco al centro d’aiuto per donne turche. Nel 2006, dopo anni passati a lottare per i diritti delle donne, l’aver subito diverse minacce di morte l’ha portata a dover chiudere il suo studio legale.

L’apertura della sua moschea ha portato ad un’esplosione di critiche sul social media. “#Moschea senza #Islam. Quelli che conoscono Ates sanno che lei è a favore di un Islam non basato sulle fonti” ha twittato il gruppo Generation Islam.

Burhan Kesici, presidente del Consiglio Islamico della Repubblica Federale Tedesca, ha classificato la moschea come una moda passeggera.

“La osserviamo e ci chiediamo… come possa tutto ciò essere fondato sull’Islam” dice.

Dopo di che aggiunge “Ovvio che le donne sono eguali. Il fatto che vi sia una separazione nella preghiera non significa che non siano eguali. Sono curioso di vedere quanto durerà quella congregazione. Sembra solo un conglomerato casuale di critici dell’Islam.”

Al sermone inaugurale di venerdì, la moschea, ospitata in un vecchio teatro facente parte di una chiesa protestante, ha portato più giornalisti che fedeli, oltre che una cospicua quantità di guardie di sicurezza. Tra i giovani musulmani presenti vi è Haithm al-Kubati, 26 anni, yemenita che si è trasferitosi in Germania sei anni fa.

Per lui è stata la prima volta in cui ha pregato insieme alle donne in una moschea.

“Serve tempo per abituarsi, ma succede sempre così davanti a qualcosa di nuovo e di inusuale, magari anche un po’ spaventoso. Ma sono sicuro che questa sia la via per il futuro.” dice.

Elham Manea, l’imam donna che ha condiviso la preghiera del venerdì, ritiene che un culto misto sia legato strettamente all’eguaglianza.

“Come e quando una donna prega mostra il suo status nella comunità” dice Manea “Le viene chiesto di pregare in ambienti separati da quelli degli uomini, di coprirsi i capelli durante la preghiera… e di non pregare durante i giorni del ciclo mestruale… Tutte queste restrizioni sono imposte perché riflettono la convinzione sociale che la donna non sia completa e perfetta quanto un uomo e che lei sia, senza ombra di dubbio, diseguale.”

“Capisco che il cambiamento sia difficile da accettare perché abbiamo compiuto le stesse azioni per secoli. Ma ora vi è ancora tempo per il cambiamento… e noi lo chiediamo con rispetto.”

Fonte: https://www.washingtonpost.com/world/europe/in-germany-a-new-feminist-islam-is-hoping-to-make-a-mark/2017/06/16/fc762d00-529c-11e7-b74e-0d2785d3083d_story.html?utm_term=.ab05aa391f0c

Martina Zuliani

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I “leoni” stanno crescendo. Cosa fare con i bambini soldato dello Stato Islamico? 

Gli ex combattenti bambini dello Stato Islamico stanno crescendo e hanno bisogno di supporto psicologico e di una efficace riabilitazione. 

Quando Omar tornò a casa dopo 40 giorni in un campo di addestramento gestito dallo Stato islamico, era ovvio che qualcosa fosse scattato in lui. Una volta un ragazzo tranquillo – fan dei cartoni animati di SpongeBob SquarePants – Omar, 12, era poi diventato aggressivo. Ha detto a sua madre di smettere di truccarsi,si rifiutava di salutare la sua amica e si è arrabbiato quando lei ha cercato di salutarlo. “Ho paura di indossare una maglietta all’interno della mia casa” dice sua madre,Amina. “Mi ha detto che queste cose erano proibite sotto l’Islam. Loro gli avevano fatto il lavaggio del cervello.”
Omar morì poco dopo la sua ultima visita a casa. Addestrato dall’ISIS come uno dei loro “Inghimasi” (qui un articolo in lingua inglese a riguardo : https://www.bellingcat.com/news/mena/2016/12/01/inghimasi-secret-isis-tactic-designed-digital-age/) e mandato in battaglia con fucili d’assalto e cintura esplosiva – Omar è stato ucciso mentre combatteva le forze governative siriane a Deir Ez-zor,non troppo lontano da casa,6 mesi fa. Lo Stato Islamico ha permesso a sua madre di restare 15 minuti vicino al corpo del figlio prima di seppellirlo in una tomba che a lei – come donna – non era permesso visitare.

L’angoscia di Amina è acuita dal suo rapporto con l’uomo che accusa per la morte di suo figlio. Afferma che suo marito – ora rifugiato in Turchia – era rimasto affascinato dell’ideologia dello Stato Islamico poco dopo che il gruppo ha attaccato la loro zona. Ha poi incoraggiato Omar ad unirsi agli estremisti. “Mi ha detto che avrei dovuto essere felice quando Omar era morto; Che era in paradiso ” 

“Sembrava che qualcuno volesse strapparmi l’anima” dice mentre le lacrime le scivolano sul viso.

I violenti Jihadisti hanno reclutato migliaia di bambini in Iraq e in Siria. Come Omar, molti sono stati spediti al fronte per morire. Altri lavorano come spie, fabbricatori di bombe, cuochi o guardie carcerarie. Nei casi più estremi, i bambini hanno condannato a morte prigionieri, decapitandoli con coltelli o sparando pallottole nei loro crani. Migliaia sono stati esposti all’ideologia di guerra del gruppo da scuole sponsorizzate dallo Stato Islamico. I Jihadisti ritraggono i bambini come il futuro del loro “califfato”, che ne assicurerà la sopravvivenza. Tuttavia i jihadisti stanno mandando sempre più bambini a morire. Sotto la pressione di operazioni americane a terra, il territorio di IS in Iraq e in Siria sta diminuendo. Per sostituire il numero di combattenti adulti morti, gli estremisti stanno reclutando sempre più bambini. Nel mese di gennaio, a Mosul, 51 bambini si sono fatti esplodere. Molti altri moriranno nella battaglia per la città siriana di Raqqa che è appena iniziata. Presso il campo di battaglia, l’espediente militare ha superato i sogni di IS di coltivare la prossima generazione di “guerrieri santi”. Tuttavia, molti soldati bambini sopravviveranno al califfato e costituiranno una minaccia per la sicurezza anche dopo la scomparsa dello stesso Stato Islamico. I servizi di intelligence europei sono preoccupati: i bambini ai quali è stato insegnato a costruire bombe e ad odiare l’Occidente possono più facilmente superare le frontiere e i servizi di sicurezza . In Iraq, il governo è male organizzato per reintegrare migliaia di soldati bambini addestrati ,le cui menti sono state distorte dall’ideologia ultra violenta dell’ISIS. Nel caos della Siria, i “cuccioli del califfato” possono essere semplici reclute per molti altri gruppi jihadisti del paese. La questione è come affrontare questo pericolo incombente. Una vuota opzione è quella di uccidere il maggior numero di bambini soldato possibile sul campo di battaglia e di imprigionare il resto. La storia suggerisce, tuttavia, che questo trasforma le carceri in campi di addestramento per la prossima generazione di militanti.

 Circa 2.000 bambini già si trovano nelle carceri irachene, accusati di aver combattutto o collaboraro con IS. Questi centri di detenzione sono poco attrezzati per affrontare i giovani radicalizzati. Lungi dal ricevere assistenza specializzata, i detenuti bambini intervistati da gruppi di diritti umani dicono che le forze di sicurezza irachene li hanno torturati. Abusati e abbandonati, questi bambini cresceranno odiando lo Stato. 

L’opzione migliore è cercare di riabilitare i bambini soldati che sopravvivono. Rieducati e offerto loro lavoro, i bambini hanno meno probabilità di rientrare in gruppi armati, di radicalizzare i loro coetanei o di creare propri gruppi armati. Ad esempio, il programma di riabilitazione guidato dall’ONU in Sierra Leone è stato ampiamente lodato. Ma ciò che suona bene in teoria sarà difficile poi mettere in pratica. Molti dei bambini ritorneranno in comunità i cui membri li disprezzeranno per essersi unirsi a un gruppo che ha massacrato e saccheggiato i loro villaggi. “Questi bambini non sono vittime. Hanno ucciso i nostri parenti e amici. Meritano la morte “, ha dichiarato un comandante ribelle che ha combattuto IS in Siria. Altri bambini rifiuteranno l’aiuto, terrorizzati dall’idea di essere arrestati dalle forze di sicurezza irachene o di essere uccisi da IS per aver disertato. I diversi modi di reclutamento dei bambini renderanno ancora più difficili la progettazione dei programmi di riabilitazione. Alcuni sono stati strappati dagli orfanotrofi o rapiti da gruppi di minoranze religiose. Alcuni addestrati da coetanei, altri sedotti dalla promessa di avventura, denaro e potere del gruppo. Alcuni genitori hanno inviato i propri figli in cambio di cibo, gas per cucina e uno stipendio mensile di $ 200; Altri, come il padre di Omar, perché credevano nell’ideologia di IS.

Il ruolo svolto dalle famiglie nel processo di reclutamento è particolarmente dannoso. In altri conflitti, i genitori dei bambini soldati hanno facilitato la transizione alla vita civile. Ad El Salvador, per esempio, l’84% degli ex combattenti di bambini ha dichiarato che le loro famiglie erano il fattore più importante per la loro reintegrazione, secondo la rivista “Biomedica”. Ma in Iraq e Siria molte famiglie hanno talvolta incoraggiato i loro figli ad unirsi ai militanti, alcuni nella convinzione brutale che la morte del loro bambino in battaglia purifichi il proprio cammino verso il paradiso.

Nel luglio del 2015 i Jihadisti hanno rilasciato il primo video di un bambino che decapitava un prigioniero (un pilota delle forze aeree siriane). All’inizio del 2016, un ragazzo britannico di quattro anni, la cui madre lo ha portato in Siria, è diventato il primo bambino europeo a presentarsi in un video di esecuzione: è stato filmato mentre premeva un pulsante che ha fatto saltare in aria un auto con al suo interno tre prigionieri. In un altro video, i ragazzi corrono attraverso le rovine di un castello, in competizione per vedere chi può uccidere più prigionieri. Altri sono stati fotografati stringendo teste decapitate con i loro padri pieni di orgoglio accanto a loro. Anche se la creatività della violenza può essere innovativa,il grado di brutalità non lo è. I soldati dei bambini in altre parti del mondo hanno ucciso i loro genitori, tagliato le labbra dai prigionieri e amputato gli arti. Non è la nuova la barbarie, ma piuttosto il fatto che la violenza sia documentata e diffusa. Né le ragioni per cui un bambino si unisce è unica. Anche in altri conflitti, i soldati dei bambini sono stati reclutati dalle comunità più povere, facile prede per i leader religiosi intenti a trasformare i sentimenti di rabbia, di esclusione e di vendetta in violenza.

Piani per offrire apprendistato e formazione professionale ai bambini che hanno combattuto con l’IS sono ora considerati in Iraq. I “cuccioli del califfato” possono un giorno : tagliare i capelli, riparare auto e riparare i telefoni cellulari. Ma tutto questo è un lungo cammino. Creare posti di lavoro in un paese con un’elevata disoccupazione giovanile e una corruzione endemica richiederà tempo e denaro. Alcune scuole sono state riaperte in aree un tempo occupate da IS, ma sarà difficile metterle in servizio con insegnanti qualificati che possano occuparsi di problemi complessi come la radicalizzazione e il trauma psicologico. I governi in Occidente hanno cominciato a mostrare un interesse per i programmi di riabilitazione. Se i “cuccioli Jihadisti” di oggi diventeranno i leoni di domani, dipenderà in gran parte da quanto durerà questo interesse.

Fonte : http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21723416-cubs-caliphate-are-growing-up-what-do-islamic-states-child
                                       Caterina Coppola

Migranti, profughi, rifugiati: cosa c’è da sapere

“Migrante”, “Profugo”, “Rifugiato”, sembrano così simili e sinonimi tra loro questi tre termini che molto spesso vengono confusi o usati impropriamente nel parlato comune, eppure hanno tutti un significato ben preciso a livello giuridico e politico.

I migranti sono persone che si spostano in un altro paese o in un’altra regione con l’intento di migliorare le loro condizioni materiali e sociali, le loro prospettive future e quelle delle loro famiglie. Vengono considerati regolari se risiedono in un paese con regolare permesso di soggiorno, rilasciato dall’autorità competente; è irregolare invece se entrano in un paese evitando i controlli di frontiera, oppure se entrano regolarmente per esempio con un visto turistico ma è rimasto in quel paese anche dopo la scadenza di quest’ultimo, o ancora se non hanno lasciato il paese di arrivo dopo l’ordine di allontanamento.
Mentre rifugiato non è un sinonimo di migrante perché ha un significato giuridico preciso: nel diritto internazionale, “rifugiato” è lo status giuridicamente riconosciuto di una persona che ha lasciato il proprio paese e ha trovato rifugio in un paese terzo. La sua condizione è stata definita dalla Convenzione di Ginevra, firmata nel 1951 e ratificata da 145 stati membri delle Nazioni Unite. L’Italia ha accolto tale definizione nella legge numero 722 del 1954.
Viene chiamato invece “richiedente asilo” colui che è fuggito dal proprio paese d’origine e richiede rifugio ad uno stato terzo facente parte della Convenzione di Ginevra. Infine, “profugo” è una parola che deriva dal verbo latino profugere, «cercare scampo», composto da pro e fugere (fuggire), quindi fuggire da una situazione sociale, economica o politica del proprio paese d’origine.

Molto curiosa risulta la riflessione su un quotidiano britannico chiamatosi Guardian: nel quale viene messa in discussione la distinzione tra “expatriate” (letteralmente “espatriato”, in italiano, cioè emigrato) e immigrato: il primo termine viene riservato esclusivamente «ai bianchi occidentali che vanno a lavorare all’estero» mentre «gli africani sono immigrati. Gli arabi sono immigrati. Gli asiatici sono immigrati». Le due parole vengono cioè caricate, spesso implicitamente, di un significato razzista: se un bianco va a vivere all’estero è un expat, se la stessa cosa la fa un nero è un immigrato(1).

Ma entriamo nel dettaglio; a cosa hanno diritto i profughi e a cosa no, una volta accolti nel nostro paese? Ad esempio i profughi per i primi sei mesi non possono lavorare in Italia, è possibile solo dopo che sono trascorsi sei mesi e solo se così è scritto sul permesso di soggiorno, è anche vero che accogliere un profugo ha un costo ma sfatiamo falsi miti: per l’accoglienza di ciascun profugo lo Stato italiano può arrivare a spendere 35 euro al giorno, questo è infatti il costo massimo stabilito. Di questi, solo 2,50 euro al giorno (7,50 in caso di famiglie di 3 o più persone) entrano «nelle tasche» delle persone a titolo di «pocket money» (per un caffè, le sigarette, ecc.), il resto della somma viene erogato alla struttura di accoglienza che con quei soldi deve assicurare vitto, alloggio, pulizie, vestiario, igiene, insegnamento della lingua italiana, assistenza legale, una ricarica telefonica di 5,00 euro ogni 15 giorni e gli altri servizi previsti dalla convenzione che ciascuna struttura sottoscrive con la Prefettura di riferimento(2). Insomma il minimo indispensabile per poter accedere ad una vita dignitosa.

Passando invece alle tempistiche: la durata dell’accoglienza dipende da quanto tempo lo Stato italiano impiega per esaminare la domanda di asilo, ad oggi la procedura dura tra i due e i tre anni durante i quali i profughi rimangono nelle strutture di accoglienza che li ospitano. Inoltre la legislazione europea prevede che lo Stato di primo arrivo li identifichi e, successivamente, valuti la loro condizione. Durante l’esame delle domande le persone non possono lasciare l’Italia per trasferirsi in un altro Stato UE. Anche successivamente al riconoscimento di rifugiati devono rimanere nello Stato che ha riconosciuto loro la protezione. E’ importante, ai nostri giorni saper distinguere i termini e i significati di queste parole, soprattutto perché il flusso di questi tre nei paesi occidentali aumenta molto velocemente considerando i conflitti createsi in Medio Oriente e non solo, per saper comprendere a fondo anche le dinamiche di accoglienza anche all’interno del nostro stesso paese, non così scontate e a noi lontane come sembrerebbe.

FONTI:

Munira

Non disperdiamoci, anche se abbiamo paura.

Il Ramadan sta per cominciare, per ogni musulmano praticante dovrebbe essere un evento meraviglioso. Questo mese di purificazione, però, noi musulmani la vivremo con un retrogusto amaro, il pensiero di una delle stragi più orribili operate dal terrorismo islamico in Europa. Sì, la maggior parte di noi non riesce a smettere di pensare ad una persona che, dichiarandosi musulmana e jihadista, ha fatto una carneficina nel nome dello stesso Dio che preghiamo. Io riesco a malapena a capacitarmene.

Le reazioni non hanno tardato ad arrivare, ad accalcarsi in un vortice di paura. Se potessimo dare una forma alla paura, sarebbe una persona tremante, con le lacrime agli occhi per lo stupore e il dolore. Reazioni violente, come una scossa, reazioni di sfogo, come un pianto. Perché soprattutto nella patria dell’arte e del cattolicesimo le persone temono un altro terribile attentato, di quelli che rade al suolo un teatro, un monumento, una chiesa importante.

Nella pagina Sono l’unica mia. e in altri spazi simili, qualcuno è venuto a commentare adducendo all’Islam e ai musulmani ogni resposabilità e chiedendo che questi si dissocino, un po’ come ha fatto Enrico Mentana, il cui punto di vista anche stavolta, purtroppo, ha una certa risonanza mediatica. Non si vergognano tutti questi stranieri che importano l’Islam fanatico?, perché non vi fate un esame di coscienza voi musulmani?, tutti voi che non vi integrate!; e leggendo queste cose temo di vedere come la gente vada in tilt: collegamenti rapidi e non ragionati, suddivisione automatica della realtà in bianco e nero, aggressività.

Musulmano? Terrorista. Ho visto in tv e per strada che molti non si integrano? Non esistono quelli che lo fanno, e comunque non li prendo in considerazione, perché ho un fottuto bisogno di sfogare la mia rabbia, devo urlare “tutti a casa vostra!” per sentirmi più al sicuro.

Intanto, un gruppo che parlava di pace e dialogo interculturale e interreligioso è stato hackerato malamente, adesso su quel che ne è rimasto ci sono un sacco di immagini blasfeme contro i musulmani. Siti e bacheche di ragazzi e ragazze musulmane, anche dichiaratamente femministi e laici, sono stati presi di mira… e figuriamoci quale sia la sensazione di tremendo disagio che viviamo nella vita vera, in cui parlano di bombe proprio dietro la tua schiena come se tu non avessi le orecchie. 

Jawaher Mhamdi è candidata nel partito del PD di Crema ed è stata attaccata implicitamente: chi scrive non parla direttamente con lei, la aggira come se emanasse radiazioni e dice alla comunità di stare alla larga dai musulmani e che i partiti non dovrebbero fare buonismo integrandoli nei loro programmi. jawaher

 

 

 

 

 

 

 

“Altro che manifestare a Milano…”, e tu pensi: lo abbiamo fatto per conoscerci e rompere i pregiudizi, proprio perché il terrorismo non ci divida più. Permettiamoci di risolvere i problemi con lucidità. Ok, esistono anche i pazzi, ma quante persone ottime? Non pensiamo alle soluzioni in modo obiettivo, così? E ancora, rifletti, angosciata: ma perché? Sono morte delle persone e adesso si potrebbe rovinare tutto così, sforzi vanificati da un pazzo bestemmiatore.

Qualche giorno fa ho letto in un gruppo femminista il post di una ragazza che ha scritto di non poter fare a meno di odiare l’Islam, le religioni pericolose e culle del fanatismo. Fin qui, che avrei potuto dire se non che l’Islam dice altro, se non parlare di interpretazioni, degli interessi economici dell’ISIS, di commentare come vengono sviati i miliziani? Le mie dita si sono bloccate quando ho letto le tre parole che terminavano il post.

Dovevo dirlo, scusatemi.

Ho sentito inumidirmisi gli occhi davanti a questa sofferenza. Ho percepito l’ansia e l’angoscia che attanagliano anche me, e che colpiscono la mia famiglia, i miei conoscenti, i miei amici. Le ho risposto, le ho detto che la capisco, che condivido la sua inquietudine, l’ho rassicurata sull’Islam e sull’esistenza di musulman* e di stranieri meravigliosi. Sarebbe bello riuscire a rincuorare tutti e spiegare tutto per filo e per segno, come tento di fare e come tant* mie amicizie fanno, ma ci sono persone che non hanno voglia di prestarti ascolto, tanto sono arrabbiate e, a volte, ignoranti e manipolate dal sensazionalismo dei media e della politica. E poi chi si cimenta a dare spiegazioni e ad accogliere il dolore degli altri, deve sapersi riguardare per non starci malissimo.

Io comprendo i sentimenti di chi mi vorrebbe dare una bastonata, di chi sragiona, di chi fa certi discorsi. E ribatto, cerco di chiarificare, di crescere, di portare avanti la lotta iniziata, di offrire più amore di quanto sia offerto l’odio. E’ tremendo però avere a che fare con questo peso. Sentiamo tutti e tutte il masso che ci preme sulle scapole, ma possiamo combatterlo continuando a fare dei distinguo, a dialogare, a cercare soluzioni. A me basta solo pensare al gruppo di lavoro dietro SLUM: origini diverse, fedi o non fedi diverse, studi diversi, amori diversi. Niente è perduto, e nel pensare questo stringerei chiunque in un abbraccio per comunicare che continueremo a sbatterci la testa per migliorare questa maledetta situazione. Esistono persone come Jawaher che fanno del loro meglio, come i colleghi de Il grande colibrì, come molti giornalisti e giornaliste che danno il massimo e non soltanto. Allora andremo avanti.

Ho paura, perché non voglio che muoia nessun altro.
Sono arrabbiata, perché non voglio essere l’immagine di una religione macchiata.

 

Cercherò di vivere questo Ramadan con l’intenzione di purificarmi anche dalla follia che ci ha feriti così tanto, per continuare a lottare con amore, contro i fanatismi, contro la paura, contro la disinformazione, contro i buonismi e i razzismi, a sovvertire, studiare, dialogare, ridere. 

Sveva Basirah

Porchette contro il centro islamico: ma allora chi fa questo porco terrorismo?

E’ successo che a San Stino di Livenza, in Veneto, un gruppo di 40-50 persone formato da venetisti, leghisti e neofascisti ha fatto un profumato barbecue davanti ad un centro islamico in piena inaugurazione. Digos e Squadra Mobile erano lì a sorbirsi la protesta, tra fischi al sindaco, bandiere venetiste e gente che inveiva, e pare che il vicequestore sia stato stato addirittura infastidito da un manifestante. Chissà che non abbiano offerto un po’ di porchetta anche al cordone della polizia e dei carabinieri che li contenevano! Se non l’hanno fatto sono stati proprio maleducati…

…ehm, dicevamo: dietro alla protesta sta anche l’intervento del vicegovernatore leghista Gianluca Forcolin, che ha chiesto all’associazione culturale «Al Hilal» (la Mezzaluna) di presentare un programma e di parlare italiano durante le attività per favorire davvero l’integrazione. Il presidente Bouchaib Tanji alla cerimonia ha rassicurato tutti, in verità, facendo presente che le regole dello Statuto sono rispettose della legge e promettono l’inclusione di chiunque. Insomma, la solita protesta xenofoba e islamofoba, che quando predica “integrazione” fa quasi sorridere, e non ha niente di nuovo: le proteste sono avvenute anche a Mestre e in provincia di Firenze ad aprile, a Bergamo a Gennaio e svariate volte nell’anno passato, come a Prato.

Leggendo, mi è venuta in mente una cosa, forse stupida, ma… ‘sta ossessione per il maiale? Ho cominciato a ridere quando ho letto “integrazione” e ho lacrimato quando ho appreso che l’arma contro i musulmani cattivi è una zampotta di porcello. E’ il caso di dire porca miseria, ma miseria di idee. Posso supporre che la notizia dei militari israeliani che hanno fatto una braciata per sfottere i palestinesi in sciopero della fame li abbia particolarmente affascinati… il fatto è che una porchetta arrosto davanti a una moschea è tanto se viene riconosciuta come una provocazione, figuriamoci se provoca sconforto, terrore o schifo.

Lo sappiamo che volete farci arrabbiare e ci immaginate col fumo che ci esce dalle orecchie, ma, sorry, queste trovate si riassumono bene così:PING-PONG_02.jpg

Che poi, tra l’altro, non è che il maiale ci provoca allergia. Se non abbiamo altro, mangiamo anche quello. Ad essere sinceri, visto che solo la sua cane è haram (illecita), ci piace anche vivo. Dai, quanto saranno carini i maialini? Sai, quelli che girano su Facebook come alternativa a gattini e cagnolini? Anche quelli grossi eh, quelli che se prendono la rincorsa ti stendono, ma sono troppo belli, tondi e rosa come sono. Col genere umano hanno anche molto a che fare, addirittura vengono trapiantati cuori di maiale negli esseri umani, anche se per averne l’indole (o almeno quello che maialino.jpgimmaginiamo sia) non occorrono organi “extra”. I fascisti non ne sono una chiara dimostrazione?

“Mi piacciono i maiali. I cani ci guardano dal basso. I gatti ci guardano dall’alto. I maiali ci trattano da pari. diceva il “buon” Winston Churchill.

 

A parte gli scherzi, siccome ho già messo troppo il dito nella piaga, pensiamo a questi “terroristi” che vogliamo combattere. Se la lotta fosse credibile, non prenderebbe questa piega. Non ci sarebbero né buonisti convinti che tutti siano pii, né razzisti fanatici e bifolchi che inneggiano all’indipendenza di una regione o alla razza ariana. La lotta contro il terrorismo si fa con la vera integrazione, col rapporto con lo straniero o con l’elemento “straniero” (Islam in questo caso) autentico. Persona e persona, diritti e doveri, conoscerci per agire. I veri terroristi, in Italia, che sono tanti e ovunque, sono gli italiani che agitano la loro ignoranza come una sciabola e che fanno di queste pressioni, che vanno dal violento al semplicemente ridicolo.

“L’italia agli italiani”: davvero la volete voi? Questi italiani, voi? Nemmeno per idea. L’Italia è una perla, e ai porci le perle non si gettano.

Sveva Basirah

ho cercato di non fare ironia sul nome di Forcol… ops. vabbè, apprezzate lo sforzo.

Musulmani e LGBT, accettando l’intersezione tra fede e sessualità

“Per me quelle persone sono folli. Sono malate, è ovvio! Non sono normali”

Quando sentì queste parole da mia madre avevo 14 anni. Erano parole quiete – a casa si parlava raramente dell’omosessualità – ma il disgusto evidente nel suo tono di voce. Non ne ero sorpresa. Ovviamente non ero d’accordo, ma semplicemente ignorai le sue parole. Non pensavo che discutere con mia madre, religiosa, di un argomento su cui non saremmo mai state d’accordo ne valesse la pena.

In quei giorni, poi, ero ancora convinta di essere eterosessuale. Pensavo che la bizzarra attrazione che provavo verso una, o alcune, delle mie amiche potesse essere spiegate nell’essere più vicine che ad altri. O che semplicemente si trattasse di una forte amicizia. Pensavo che le mie fantasie sui ragazzi e sulle ragazza fossero normali e comuni e che questo non significasse nulla.

Così è stato, finché non ne parlai con una mia amica musulmana. Mi fissò scioccata, la sua voce si fece turbata e perplessa. “Questo significa essere gay, lo sai. Non penso a cose come queste”, mi disse.

Esiste una strana doppia morale che pervade l’essere musulmana e LGBT. È più della sola comunità musulmana nel suo complesso che a fatica riconosce la sua controparte LGBT. Va oltre questo – è come se la comunità musulmana avesse completamente fallito nel riconoscere la possibilità dei musulmani di non essere eterosessuali. Come se gay e 27.SPE.MuslimLGBT.NicoHolzmann_440_672_90.jpegmusulmano fossero incompatibili e reciprocamente esclusivi. Forse è questo il motivo per cui mi ci è voluto del tempo nel realizzare di essere bisessuale.

Ho accettato la mia sessualità a 16 anni, ma non è stato facile. Sebbene avessi realizzato presto che ero sempre stata attratta sia da uomini che da donne, accettare questa realtà è stato difficile.

Il più grande ostacolo era la mia fede islamica. Dopo la mia famiglia e i miei amici mi avevano avvertita di quanto fosse sbagliato tutto ciò che non concerne l’essere eterosessuale – se non addirittura disgustoso – ho cominciato a chiedermi se la mia fede fosse ancora valida; se tutto ciò fosse compatibile con chi ero io. Il discorso del Corano sull’omosessualità è abbastanza vago e messo in discussione da alcuni. Tipicamente, la storia di Lot è una delle più riprese per dimostrare la disapprovazione dell’Islam sull’omosessualità. Lot era un profeta di Dio, mandato nelle città di Sodoma e Gomorra per predicare il potere di Dio l’Altissimo e dissuadere gli abitanti dalle loro vie peccatrici.

“Invero, vi accostate con desiderio agli uomini piuttosto che alle donne. Sì siete un popolo di trasgressori”, cita il Corano (7:81). Faccia a faccia con la disobbedienza delle persone a cui stava predicando il potere di Dio l’Altissimo – così come la sua stessa moglie – la storia narra anche che Dio disse a Lot di andare via e le città sarebbero state distrutto il giorno seguente, “facendo piovere su di esse pietre d’argilla indurita” (11:82).

Per via della menzione diretta di un rapporto uomo-uomo, la storia di Lot è ampiamente interpretata come una disapprovazione diretta e chiara dell’omosessualità nell’Islam. Questa è l’interpretazione che i miei genitori sostengono, comunque. La storia di Lot è sempre presa di riferimento durante una discussione se si comincia a parlare di omosessualità, così da ricordare sempre la sua “impurità” e “immoralità”.

È come se la comunità musulmana non sia stata ancora in grado di riconoscere la possibilità che i musulmani possano non essere etero.

Alcuni studiosi hanno tuttavia sottolineato la mancanza dell’esplicita condanna di quel tipo di rapporti, legati alle pratiche di stupro nominate nella storia di Lot e che perciò potrebbero essere fuorvianti nell’interpretazione della natura di tali rapporti. La natura ambigua di quel racconto rende difficile assumere una posizione interpretativa circa la vera ragione della punizione del popolo di Sodoma e di Gomorra. Erano i loro presunti rapporti omosessuali, o la loro incredulità nei confronti di Dio?

Personalmente, il racconto di Lot non mi convince abbastanza dell’esistenza di qualsivoglia peccato relativo all’omosessualità. Il mio punto di vista, da musulmana, potrebbe essere giudicato “liberale”, ma credo fermamente che la mia fede e le mie azioni valgano qualcosa di più di cose come la mia identità di genere o il mio orientamento sessuale. La mia bisessualità non altera la mia fede in Dio, né la mia volontà di aiutare gli altri, di predicare la pace, di essere una buona musulmana. Dopo tutto, il mio rapporto con Dio riguarda me e me soltanto, e nessun altro dovrebbe prendersi la briga di metterci bocca.

Naturalmente arrivare a queste conclusioni ha richiesto del tempo. A sedici anni non avevo nessuno con cui condividere i miei pensieri. Gli amici che non conoscevano molto dell’Islam semplicemente non riuscivano a capire o relazionarsi col mio punto di vista di musulmana. Nel frattempo, non avevo nessuno all’interno della mia comunità musulmana disposto a discutere le proprie idee sulle questioni LGBT, figuriamoci ad accettarmi come bisessuale. Ci ho pensato per conto mio, alla fine, ma sento ancora la necessità di parlarne.

I might never be able to properly come out to my family due to their views. I might never be able to speak about these issues under my real name. But I can try my best to shine light on a reality that I believe is often overlooked: The reality of LGBT Muslim youth is stuck in a precarious equilibrium between faith and identity. By sharing my story, I hope we start considering the need to acknowledge those people; to give them a voice, to welcome them, and to listen to them.

Non sarò mai in grado dichiararmi per bene alla mia famiglia a causa delle loro opinioni. Non potrei mai poter parlare di queste cose con il mio vero nome. Ma posso fare del mio meglio per illuminare una realtà che credo sia spesso trascurata: la realtà della gioventù musulmana LGBT, paralizzata in un precario equilibrio tra fede e identità. Condividendo la mia storia, spero che cominceremo a considerare seriamente la necessità di riconoscere quelle persone; per dare loro una voce, per accoglierle e per ascoltarle.

Questa è una traduzione dell’articolo di una brillante anonima.

Zeinab

5 imam apertamente gay {#17.05.17 giornata contro l’omo-bi-transfobia

Crescendo come queer e musulmano in Somalia, lottando per comprendere come la mia sessualità potesse essere in armonia con la mia fede, non avrei mai immaginato che sarebbe arrivato il giorno in cui imam apertamente gay avrebbero guidato la comunità con dignità. Quel giorno è adesso. Ci sono sempre più imam apertamente gay. Alcuni li conoscete magari grazie ai media, altri potrebbero esservi nuovi, ma ce ne sono.

Alcuni di questi uomini hanno delle moschee operative, altri si incontrano alcuni giorni alla settimana o anche una volta alla settimana, e alcuni potrebbero non essere persino chiamati “imam”, ma ciò che tutti hanno in comune è che stanno conducendo spiritualmente i musulmani LGBT ad accettarsi e all’idea che con l’Islam è lontano dalla omofobia.

1. STATI UNITI: Daayiee Abdullah

Il concetto di un imam gay è così estraneo alla psicologia tradizionale americana che Daayiee Abdullah finora è stato protagonista in tutti i media come “The Washington Post”, “The New York Times” e “Al-Jazeera”, tra gli altri. “A volte la necessità è la madre dell’invenzione. E’ per la necessità della nostra comunità, è per questo che sono entrato in questo ruolo particolare , ha detto ad Al-Jazeera, parlando di come sia stato diventare imam quando tutti gli imam locali si rifiutarono di dare ad un musulmano gay gli ultimi riti, costringendo lo studioso a rivestirne nel ruolo. “Essere un imam gay ed essere identificato come tale, ti porta a ricevere un sacco di risposte positive e o magari negative, ma è così. Penso che quando le persone non conoscono le cose, tendano ad avere una reazione istintiva. ”

2. Sud Africa : Muhsin Hendricks

Nel tardo 1990, Muhsin Hendricks fa coming out alla sua comunità e inizia “Al Fitrah” (Il Naturale), una organizzazione che lui crede possa aiutare i musulmani LGBT a comprendere che la loro naturale sessualità non si scontra con Allah. Oggi, oltre 15 anni dopo, la sua comunità è cresciuta enormemente. L'”Inner Circle”, che è un’altra organizzazione che lui stesso ha fondato, ha organizzato diverse conferenze internazionali, ha pubblicato del materiale e gli ha permesso di partecipare alla discussione globale sull’Islam e riguardo l’omosessualità in tutto il mondo. “Noi non potremo mai cambiare il Corano, ma possiamo cambiarne l’interpretazione.” ha dichiarato a “Qantara”, il portale tedesco che lavora riguardo il dialogo interculturale tra Islam e Germania. “Oggi viviamo in un mondo differente rispetto a mille anni fa. Dobbiamo guardare di nuovo il Corano e realizzare come l’Islam possa diventare misericordia per una parte di comunità che sta soffrendo in questo momento.”

3. Francia: Ludovic – Mohamed Zahed

Quando era un teenager in Algeria, Ludovic – Mohamed Zahed divenne così depresso a causa del dover conciliare la sua sessualità con la fede, tanto da lasciare l’Islam. Anni dopo, a conoscenza di maggiori informazioni, tornò ad essere credente.
Stavolta ha deciso di apportare un cambiamento.
“Oggi in Francia, gli adolescenti gay sono quasi 15 volte più predisposti al suicidio rispetto a quelli che sono eterosessuali” ha scritto nel “The Guardian”, spiegando perché ha aperto una moschea gay-friendly a Parigi. “Rimasto profondamente colpito da questo dato, ho deciso di creare un’associazione a sostegno dei gay musulmani francesi, lanciata nel 2010. Questo mi ha portato finalmente a progettare una moschea inclusiva a Parigi – la prima del suo genere. È un progetto nato dopo un lungo viaggio personale “.

4. Canada : El Farouk Khaki

Nel 1993 El-Farouk Khaki ha fondato il primo gruppo di sostegno per i musulmani LGBT in Canada. “Salaam Canada” è ora una delle principali organizzazioni della comunità musulmana che sta dando alle persone informazioni alternative alla prospettiva tradizionale e generalmente omofobica. L'”El-Tawhid Juma Circle”, che è uno spazio di affermazione di genere e LGBTQ per le preghiere del Venerdì, è stato creato nel 2009 e Khaki è stato uno degli imam nella loro moschea locale a Toronto. “È sempre una sfida fare i conti con propria la fede per una persona gay “, ha dichiarato a “The Star”. Perché Dio avrebbe creato uomini gay per essere cittadini di seconda classe? Perché li avrebbe dovuti creare solo per condannarli? ”

5. GERMANIA: Rahal Eks

Rahal Eks è autore di numerose biografie,tra le quali la prossima in uscita “On the Path of the friend”, in cui descrive il suo incontro con il sufismo e il modo in cui cambiato la sua vita. Dalla metà degli anni Novanta, conduce le serate di Sufi ,il giovedì in Marocco, Spagna e Germania. Come i suoi insegnanti, che sono di tre diverse scuole di sufismo, non ha mai assistito ad un conflitto tra sessualità e Islam. “Sono stato molto fortunato da aver incontrato alcuni maestri sufi, le cui idee sull’Islam e l’omosessualità erano piuttosto progressive, che mi hanno spiegato cose in una luce diversa rispetto alla media dei Mullah”, ha dichiarato nel mio libro “Queer Jihad”. “Congiunta ad i miei anni felici nel mondo arabo e avendo goduto di relazioni meravigliose, sono riuscito a raggiungere un’armonia integra di tutti i miei aspetti in cui la spiritualità e la sensualità costituiscono una totalità olistica, non frammentata o in guerra. Inoltre, anche io mi amo e mi accetto, e questo è veramente un punto vitale e un must. Quindi penso che il merito principale per aver raggiunto questo obiettivo debba andare alla tradizione Sufi, in quanto è stata l’aiuto principale ed ha avuto impatto positivo “.

Nota: Ci sono diversi altri in paesi in maggioranza musulmana, ma sono stati esclusi da questa lista per assicurarsi che la loro sicurezza non sia compromessa. Se li conoscete, non menzionateli nella sezione commenti. Grazie.

Afdhere Jama è l’autore di Queer Jihad: i musulmani LGBT sul Coming Out, l’attivismo e la fede. Vive negli Stati Uniti. E’ anche l’autore di quest’articolo tradotto per voi

Caterina Coppola

Bambini, presente e futuro della Palestina {Zeit&Za’tar #1

Non è facile vivere in Palestina. Essere Palestinesi può costare la prigione e, a volte, la vita stessa.

In questi giorni si è sentito spesso – solo grazie a chi ha cuore la questione – dello sciopero della fame portato avanti dai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, le quali “ospitano” più di 6000 prigionieri, tra civili, politici e donne, e 300 minori in detenzione amministrativa.

Questi 300 bambini rinchiusi senza capi di accusa né processi dimostrano una delle tante violazioni dei più elementari diritti umani e del fanciullo da parte dello Stato d’Israele, come si evince dalla risoluzione del Parlamento Europeo sulla situazione dei prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliani del 27 agosto 2008 e dalla risoluzione del Parlamento Europeo sul ruolo dell’UE nel processo di pace in Medio Oriente del 7 settembre 2015. Ad aggravare il panorama delle violazioni dei diritti umani è l’ultimo rapporto annuale di Amnesty International, nel quale si legge che “i metodi di interrogatorio comprendono botte con bastoni, schiaffi, posizioni di stress, privazione di sonno e minacce”.

Se si pensa al fatto che se si è colti nel tirare una pietra contro l’esercito israeliano, sia questo a terra (ma pur sempre armato) che dentro macchine da guerra, non importa!, si rischiano 20 anni di carcere, ci si rende conto di quanto l’ingiustizia sia diventata ormai di moda: insomma, pensateci, il sesto esercito più forte del mondo teme il lancio di un piccolo sasso! Paradossalmente, David contro Golia! I bambini palestinesi non possono alzarsi ogni mattina con la normalità di un bambino israeliano, europeo o americano. Ogni giorno devono fare i conti con una occupazione che impedisce loro di vivere spensierati e con quell’allegria tipica della fanciullezza, il che preclude il più delle volte anche il diritto allo studio. Devono fare i conti con l’assenza di un padre o una madre incarcerati, o, il più delle volte, uccisi. Devono fare i conti con la loro identità: essere Palestinesi nella loro terra usurpata da più di 70 anni.
Ahmed Manasra, e come lui tanti altri, lo sa bene: 14 anni, imprigionato per sospetto di tentato omicidio, è protagonista e testimone delle violenze fisiche e psicologiche che i bambini palestinesi ricevono nelle carceri israeliane, le cui conseguenze non possono essere altro che danni per lo più psichici.

Vedendo tutto questo, le lacrime agli occhi trovano assai facilità nel superare lo sforzo di trattenerle: come è possibile, umanamente parlando,che dei bambini debbano subire tutto questo per essere semplicemente Palestinesi. Di violazioni di diritti umani ormai se ne sente parlare quasi ogni giorno in Siria, in Iraq, in Arabia Saudita… La Palestina, al contrario, e i suoi figli non meritano la stessa attenzione.

Eppure, in questo lugubre show di violazioni, il coraggio non cede davanti alla paura. Le leonesse della Palestina, le donne, mettono al mondo i loro figli con la consapevolezza di insegnare loro a convivere con l’ingiustizia, l’omertà e persino la negazione della loro identità. Così, i bambini palestinesi vengono al mondo con il cuore che pulsa di resistenza, perché in Palestina la vita è intrinsecamente legata ad essa.

Fadwà Tuqan, la poetessa della Palestina, se fosse viva dedicherebbe ai bambini palestinesi questi versi:
“O nostro giovane domani! Fa sapere al flagellatore cosa vuol dire il tremito del parto; digli come nascono le margherite dal dolore della terra, e come risorge il mattino dalla rosa del sangue delle piaghe.”

I bambini sono il presente, il futuro, e la pace. Sono il seme dell’ulivo. Se si preclude loro la possibilità di vivere spensierati, liberi e con i loro sogni, come si può pensare che questi due popoli possano vivere mai in pace?

Zeinab

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Chi festeggiare il primo maggio.

Oggi è la Festa delle persone Oneste.

È la Festa di chi oggi non può festeggiare perché un lavoro non ce l’ha.

È la Festa di chi ogni giorno si rimbocca le maniche e mette l’anima nel proprio lavoro.

Di chi è costretto ad accettare svalutazioni personali o insulti o invidie sul posto di lavoro perché non può permettersi di rinunciarvi.

È la Festa di chi è sfruttato, di chi fa troppe ore di lavoro, più di quelle permesse dalla legge.

Di chi è sottopagato, e per guadagnare qualche spicciolo è costretto ad accettare. Di chi lavora in nero, e non ha diritti né sicurezze, e non può prendersi neanche un giorno di malattia altrimenti viene rimpiazzato.

Di chi in silenzio lavora a testa bassa, ma non si fa scalfire l’onore, perché lavora con onestà e impegno.

Oggi è la Festa dei giovani lavoratori, che hanno creduto nel loro sogno e hanno aperto la propria attività. E neanche oggi possono permettersi di riposare, perché le spese che devono affrontare sono troppe.

Oggi è la Festa dei genitori che guardano i propri bambini con apprensione, con le lacrime agli occhi e con l’autostima sotto le scarpe, perché un lavoro non lo trovano e non possono offrire loro quello di cui hanno bisogno e sarebbe sacrosanto.

È la festa di tutte le donne che si vedono scartate perché si prendono la libertà di diventare madri.

Oggi è la Festa di tutti quei genitori costretti ad emigrare in un altro Paese pur di trovare lavoro, che hanno le mani che lavorano qui ma il cuore nel loro Paese vicino ai propri piccoli.

Di tutte le persone alle quali non viene data la possibilità di manifestare il proprio potenziale a causa di pregiudizi sociali, etnici, religiosi.

Oggi è la Festa di tutti i bambini sfruttati nel mondo, che non possono studiare e scoprire la vita, a cui vengono spezzate le ali, perché costretti a lavorare in condizioni disumane.

Il lavoro davvero nobilita l’uomo se è positivo, volto a creare qualcosa di nuovo e ad incoraggiare le relazioni.

Oggi è la Festa dei datori di lavoro che premiano e valorizzano i propri collaboratori, che credono nella sacralità del lavoro e lo difendono come valore.

Lavinia Rocchi

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