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Sono l'unica mia.

Oltre al velo c'è di più.

La musulmana, la copta e lo zucchero filato. {Sono l’unica Shahrazad #3

I giorni dopo il doppio attentato alle chiese copte in Egitto avevo tante cose da dire e scrivere. Alcune, forse, le avrei scritte con rabbia, ed altre parole, invece, le avrei scritte con un tono di malinconia. Le foto dell’attentato sono immagini che rimangono impresse a lungo e che colpiscono il cuore ancora di più se provengono dal tuo paese di origine. Chi ha ucciso i cristiani nelle chiese li ha ucciso in nome della mia religione, chi giaceva senza vita era un mio concittadino.

Questi eventi non hanno fatto che far riaffiorare in me un vecchio ricordo. Una delle mie zie, di nome Karima, viveva in uno di quei quartieri egiziani dove le case sono cosi vicine da sembrare pezzi di mosaico da assemblare. Per sei anni aveva provato ad avere figli, senza riuscirci, ed io ero diventata una figlia da accudire e proteggere anche se per quel breve periodo delle mie vacanze estive. Le strade del quartiere dove abitava, dopo la preghiera del tramonto, si riempivano di ragazzi e bambini intenti a giocare. Mia zia aveva timore di farmi scendere di casa da sola cosi, quando ero ormai stufa di guardare i cartoni, per passare il tempo trascorrevo alcune ore delle mie giornate affacciata alla finestra a guardare gli altri bambini giocare e le persone che percorrevano la strada. L’unico momento in cui mi era consentito uscire da sola era quando passava il venditore ambulante di zucchero filato. “Tieni Sara, ecco i soldi! Prendi lo zucchero filato e risali subito, habebty!”. Scendevo di corsa le scale, davo i soldi in mano al venditore di zucchero filato, prendevo il mio zucchero in mano e risalivo a guardare dal balcone gli altri bambini giocare a rincorrersi per i vicoli del quartiere. Nel Palazzo di fronte al nostro, abitava una famiglia di sole tre donne. Un’anziana signora, una donna di mezza età e una bambina che, ai tempi, aveva più o meno la mia età di nome Maria. Il padre di Maria era partito per la Libia e tornava al Cairo una volta l’anno, la madre lavorava tutto il giorno e la lasciava insieme alla nonna rimasta sola dopo la morte del marito morto in guerra. La madre di Maria e mia zia avevano due cose in comune, entrambe erano molto protettive nei nostri confronti, entrambe non ci davano il consenso di goderci l’infanzia giocando per strada. Io e Maria avevamo, altrettanto, due cose in comune: ad entrambe piaceva affacciarsi dalla finestra, ad entrambe piaceva lo zucchero filato. Ogni mattina chi si svegliava per prima chiamava l’altra. Gli altri bambini si rincorrevano, io e Maria invece ci raccontavano storie affacciate dalle rispettive finestre…Il venerdì lei aspettava il mio ritorno con mia zia dalla moschea, ed io la domenica aspettavo il suo ritorno con la nonna dalla chiesa.Ci eravamo create un mondo tutto nostro, composto di racconti, di risate e di richiami dalle finestre. Per vederci e poter giocare, anche se per pochi minuti insieme, avevamo escogitato “il trucco dello zucchero filato”. Appena passava il venditore correvo da mia zia a chiederle i soldi, scendevo e trovavo Maria ad aspettarmi. Giocavamo qualche minuto, senza che mia zia o sua nonna notassero la nostra assenza. Risalivo le scale ridendo, immaginando la faccia di Maria che rideva anche lei per l’escamotage che ripetevamo ogni giorno per giocare insieme.

Non avevamo mai toccato il tema della religione, forse non capivano nemmeno le differenze, o molto probabilmente la ritenevamo una cosa di poco conto, finché un giorno quell’equilibrio tra di noi si ruppe. Nella mia mente da bambina immaginavo che tutti gli italiani fossero cristiani, mentre in Egitto fossero tutti musulmani, così le chiesi “Enti leh mesiheya we mesh moslema? Perché sei cristiana e non musulmana?” Maria mi rispose con una domanda analoga “Enti leh moslema we mesh mesiheya?”. Per giorni la finestra di Maria rimase chiusa e al mio richiamo nessuno rispondeva. Il venditore di zucchero filato passava e nessuna delle due scendeva a comprarlo. Raccontai il tutto a mia zia Karima e con stupore mi disse di scendere a comprare due zuccheri filato, uno per me ed uno da portare a casa di Maria. Con la paura di essere rifiutata bussai alla sua porta. Appena aprì, con lo zucchero filato in mano le dissi “La prossima settimana torno in Italia, puoi chiedere a tua nonna se almeno per oggi possiamo giocare insieme a nascondino per strada?”. Passammo tutto il pomeriggio insieme e la sera salutai Maria dalla finestra di casa “Ci vediamo l’anno prossimo che devo tornare in Italia”. L’estate dopo tornai da mia zia, ma Maria si era trasferita altrove.

La condizione dei non musulmani all’interno di uno Stato, secondo l’Islam, dovrebbe essere quello di “dhimmy” (protetti). Il profeta Mohamed pbsd disse “Nel giorno della Resurrezione, io stesso sarò nemico di chi ha dato fastidio ad un protetto”. Maria “la copta”, non la vidi più a malincuore, ma amo immaginarla pregare ogni domenica in chiesa insieme a sua nonna.

Sara Ahmedsonolunica2

Le foto dei bambini siriani in lutto per gli altri bambini di Idlib, un’illustrazione dell’atrocità umana. {Sono l’unica Shahrazad #2

Questa mattina il soccorritore siriano Mohammad Alaa Aljaleel ha postato, nel suo profilo privato, delle foto di bambini siriani in lutto per lo sterminio chimico di Idlib. Le foto ritraggono bambini in cerchio in un campo profughi, davanti a loro delle candele luminose e dei cartelli con delle frasi di protesta e di condanna. Su uno dei cartelli c’è scritto “Assad kills our children with chemical weapons” (Assad uccide i nostri bambini con armi chimiche), in un altro “Dormiranno per sempre senza rumore e senza sangue”.
Non voglio entrare nel merito delle questioni politiche, non voglio far parte di nessuna tifoseria, né di quella filo Assad né di quella filo Americana, per il semplice fatto che qualunque tesi si sostenga tutti sono colpevoli e nessuno è innocente. Tutti i politici e capi di stato hanno prosciugato la Siria della sua storia, lasciando solo cenere e corpi inermi su cui versare lacrime, per fini politici ed egemonici; Putin, Assad, Obama, Clinton, Trump e per finire l’Europa che respinge, tutt’ora, i profughi a suon di “a casa vostra” e di filo spinato, non sono altro che delle sanguisughe mai sazie del sangue siriano. Sono sei anni ormai che la Siria è sotto massacro, forse in molti oggi si sentono più colpiti per la brutalità in cui è stato messo in atto questo sterminio, ma la Siria piange e chiede aiuto da tempo ininterrottamente senza ottenere risposta alcuna.
I nostri lunghi silenzi, la nostra indifferenza e le nostre coscienze, ormai morte, hanno portato a tutto questo. Negli anni a venire i nostri libri dovranno dedicare lunghi capitoli di storia al genocidio siriano. Saranno pagine piene di vergogna per quello che siamo riusciti a fare e guardare.
La locazione delle foto non è nota, forse sono state scattate in un campo profughi in Europa, oppure in un campo vicino Aleppo. Nel caso queste foto fossero state scattate in Siria la locazione precisa viene omessa per salvaguardare la sicurezza dei bambini rimasti in vita che ormai passano le loro giornate sempre allertati. Le foto dei bambini siriani in lutto per gli altri bambini di Idlib non sono altro che l’illustrazione dell’atrocità umana. 
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“L’Islam è in ogni gesto di benevolenza e non nelle loro imposizioni.” {Sono l’unica Shahrazad#1

 

Sono emotivamente toccata per la faccenda della ragazza a cui i genitori hanno rasato i capelli per essersi rifiutata di indossare il velo, forse perché ha la stessa età di mia sorella a cui, in famiglia, abbiamo lasciato carta bianca e libera scelta sulla questione del velo, o forse, semplicemente, perché la sua storia assomiglia a quella di molte altre ragazze costrette dai propri genitori, anche non musulmani, a seguire stili di vita che non appartengono loro. Questo così discusso caso di cronaca è da prendere con le pinze, viste le ultime dichiarazioni rilasciate dal padre e dalla sorella della vittima che hanno ritrattano la versione iniziale dei fatti. Il padre ha, infatti, dichiarato che la madre avrebbe rasato i capelli della figlia per la presenza di pidocchi, secondo la sorella maggiore, invece, si è trattato di una soluzione drastica per un precedente taglio fatto male compiuto dalla ragazza.

Personalmente, credo poco nell’innocenza della madre ma preferisco comunque concedere il beneficio del dubbio e sperare in un gigantesco malinteso o eccessivo zelo da parte delle maestre. Malinteso o no, questa storia molte volte è pura realtà e come musulmana, che indossa liberamente il velo, peccherei di poco senso critico negando la verità dei fatti. Molte famiglie costringono le figlie a mettere il velo, anche molto piccole, senza nemmeno spiegargli i motivi religiosi o spirituali che dovrebbero portare una donna a scegliere di mettere il velo. Il mondo musulmano non è un blocco unico, ci sono quattro scuole giuridiche, diverse correnti ed oserei dire anche diversi modi d’interpretare il velo. Questo indumento può essere un simbolo identitario, un atto di devozione, un’imposizione da parte di alcune nazioni, oppure un velo “culturale” dove le ragioni culturali e maschiliste sovrastano le vere ragioni religiose di questo precetto islamico. Tuttavia, nel Corano non viene menzionata nessun tipo di “punizione divina” per le donne che decidono di non metterlo. Mi viene da dire che se non c’è un obbligo divino ci pensa l’uomo, o in questo caso una donna, a imporre e punire in modo brutale. Circa cinque anni fa scambiai qualche parola con una ragazza costretta ad indossare il niqab (indumento che, secondo un’opinione condivisa, non è altro che un retaggio culturale legato all’Arabia pre-islamica ed estraneo all’Islam). Di tempo ne è passato ma le sue parole rimbombano ancora nelle mie orecchie come fosse ieri. Ero in un centro estetico al Cairo, aspettavo il mio turno e cominciai a scambiare qualche parola con le ragazze in attesa come me. Una di loro in particolare attirò la mia attenzione per i suoi occhi penetranti, che Dio dona a pochi, incorniciati dal niqab e dipinti da un tratto preciso di kajal. Iniziammo a parlare del più e del meno finché non le chiesi il motivo per il quale indossasse il niqab. La sua risposta fu questa: “Mi hanno costretto i miei fratelli ma un giorno lo toglierò, l’Islam è nelle mie preghiere che compio puntualmente cinque volte al giorno, l’Islam è in ogni gesto di benevolenza e non nelle loro imposizioni.” Le sue parole rimbombano tutt’oggi nelle mie orecchie e vorrei urlarle in faccia ad ogni genitore che impone alle figlie di indossare il velo. Il velo è un atto di devozione che se non è sentito diventa violenza pura.

Togliete alle vostre figlie quel velo colmo della vostra ignoranza religiosa. Prima di imporre alle vostre figlie visioni errate della religione, eliminate ogni briciola di retaggi culturali misogini presenti nelle vostre menti. Non mascherate il vostro atteggiamento dispotico genitoriale con l’islam. Ogni indottrinamento errato ha macchiato la purezza dei veri precetti islamici e il Wahabismo ha catapultato il mondo musulmano in una fase oscurantistica da cui è sempre più difficile uscire. Noi musulmani, in primis, abbiamo messo più in rilievo i nostri veli che ogni altro aspetto spirituale. Da donna che si è “Velata liberamente” penso che il mio velo sia un simbolo identitario che ogni donna deve essere libera di poter indossare, ma penso anche che dobbiamo essere noi “velate libere” a spogliare il velo da ogni suo aspetto maschilista e dispotico affinché lo stereotipo “la donna velata è la donna maltrattata” non esista più e non sia realtà come nel caso della ragazza bengalese. Difendere altre donne da un velo imposto non è prendersi carico di colpe non proprie ma è un dovere morale e religioso difendere le donne che non hanno avuto possibilità di scegliere come lo siamo state noi.

Sara Ahmed

9 rimedi naturali radicati nell’antica cultura islamica e del mondo arabo

Quella che state per leggere è la traduzione di questo articolo, che ci è stato suggerito da Martina. Grazie cara!

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Alcuni sono arrivati in Medio Oriente grazie al commercio e ad altri indigeni della regione, infatti molti dei rimedi casalinghi naturali che oggi diamo per scontati provengono dalla medicina tradizionale del mondo arabo!

Anice

L’anice, a parte le sue qualità nel sapore e il profumo calmante, è utilizzato nella medicina araba tradizionale per trattare una serie di problemi della digestione ed ha effetti antispasmodici particolarmente potenti, altrettanto utile per i problemi respiratori.
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Cumino nero

Il Profeta Mohammad (pace e benedizione su di lui) disse: “Usate il seme nero, poiché questo contiene una cura per ogni tipo di malattia, eccetto la morte”. Conosciuto per l’aiuto alla digestione e alla risoluzione di problemi respiratori e immunocorrelati, il seme del cumino nero ha potenti proprietà antistaminiche, antinfiammatorie, antiossidanti e analgesiche.

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Finocchio

Usato in molti sistemi medici inclusa la medicina araba e islamica, il finocchio apporta diversi benefici digestivi, in particolare lassativi, diuretici, antidolorifici e miorilassanti (di rilassamento muscolare), e il suo olio è un toccasana per lenire la tensione muscolare.

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Incenso

Tradizionalmente coltivato nell’Arabia meridionale, l’incenso è noto per i suoi utilizzi religiosi e per il suo ruolo nella storia de Re Magi. In medicina è stato usato come rimedio tradizionale per questioni che vanno da quelle digestive e respiratorie a quelle riguardanti il periodo post-natale e le condizioni di ipertensione. Recentemente, degli studi hanno dimostrato che un composto chimico nell’incenso è potenzialmente capace di uccidere le cellule tumorali.

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Liquirizia

Usata per le sue proprietà di rafforzamento e purificazione del sangue più di 4000 anni fa a Babilonia e dagli antichi egizi per il trattamento dei disturbi del fegato e intestinali, il succo del gambo e le foglie sono utili per i problemi respiratori, mentre la radice può trattare le ferite superficiali. Gli studi hanno anche dimostrato che stimola la ghiandola surrenale e apporta benefici significativi per l’immunodeficienza.

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Oliva

Menzionato nel Corano come frutto del santo albero, l’olio d’oliva è rinomato per  i suoi sani acidi grassi, per la capacità di ammorbidire la pelle e le sue qualità utili a proteggere il cuore. La foglia è anche usata in medicina per le sue qualità antiossidanti, anti-invecchiamento, immunostimolanti, antibiotiche, antidiabetiche e antipertensive. Gli studi dicono che l’estratto della foglia abbia anche qualità antinfiammatorie, antibatteriche e anti-fungine (antimicotiche), che lo rende un integratore incredibilmente completo e potente.

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Melograno

Menzionato nel Corano come frutto del Paradiso, e coltivato nelle suddette regioni sin dai tempi antichi, il melograno è usato per i suoi effetti astringenti e per il trattamento di numerosi disturbi tra cui mal di gola, infiammazione, problemi digestivi e alla vescica.

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Iperico

Un elemento significativo del patrimonio fitoterapico arabo utilizzato dai medici in Palestina, ma l’utilizzo di questa pianta in territorio palestinese si è quasi estinto. Il nome arabo originale della pianta è ‘Dathi o Nabat Yohanna’, ed è stato in gran parte usato per curare l’infiammazione. Oggi, popolare in tutto il mondo, l’iperico viene impiegato per curare la depressione, l’ansia, la dipendenza da droghe, lo squilibrio ormonale, e per le sue qualità protettive anti-cancro.

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Timo

Il timo palestinese è un’erba estremamente popolare per l’uso culinario mediorientale. E’ anche un trattamento per le condizioni respiratorie, infiammatorie e digestive, proprio come per le ferite superficiali. Il tè fatto dalle foglie è inoltre un rimedio popolare contro la tosse, il raffreddore e l’influenza!

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Fonti:

http://herbaleducator.com/healing-oils-of-arabia/

http://www.motherearthliving.com/health-and-wellness/history-of-islamic-medicine-zm0z98ndzhou?pageid=2#PageContent2

http://islam.about.com/od/law/a/sources.htm

http://muslimheritage.com/article/botany-herbals-and-healing-islamic-science-and-medicine#sec_2

http://en.alukah.net/Thoughts_Knowledge/0/5906/

https://sushizombie.wordpress.com/introduction-to-islamic-medicine/

http://www.naturalnews.com/048658_frankincense_myrrh_cancer_treatment.html

http://www.mei.edu/sqcc/frankincense

http://ramzylicorice.com/en/prof/licorice.html

http://www.herbwisdom.com/herb-licorice-root.html

http://lifespa.com/five-spices-digestive-world/

http://www.kitchendoctor.com/herbs/black_cumin.php

 

“Being Queer, Feeling Muslim”: Lia Darjes racconta i gay e il loro rapporto con la religione

(Traduzione dell’articolo di Katy Cowan, dal blog “Creative Boom” http://www.creativeboom.com/inspiration/being-queer-feeling-muslim/)

Musulmani queer alla ricerca di spazi sicuri in cui pregare, chiedendosi: siamo peccatori oppure no?; imam che si considerano femministi; persone transgender che stanno scuotendo la visione tradizionale e religiosa dei ruoli di genere – la fotografa tedesca Lia Darjes li ha incontrati in diverse zone del mondo occidentale (Francia, Germania, Canada, Inghilterra, Stati Uniti) e adesso racconta le storie di coloro che stanno costruendo delle comunità progressiste ed inclusive.

«Ad oggi, sette paesi a maggioranza musulmana hanno introdotto la pena di morte per chi compie il crimine di ‘rapporto omosessuale’», dice Lia. «Se da una parte questo fatto implica che una grossa fetta del mondo musulmano abbia abbracciato un’interpretazione omofoba del Corano, dall’altra troviamo un numero notevole di musulmani di tutto il mondo che non accettano questa visione come fondamento della loro religione. Si battono contro l’omofobia tanto quanto si battono contro l’islamofobia e il razzismo.»

La sua mostra “Being Queer, Feeling Muslim” sarà esposta al FORMAT, il più grande festival della fotografia del Regno Unito, che quest’anno esplorerà la tematica dell'”habitat”.

Una fotografia della sua mostra (sopra) ritrae El-Farouk e suo marito Tony di Toronto, Canada: «Dove mi trovo oggi non è necessariamente il punto da cui ho iniziato. E potrei dirti a che punto sono, ma non è un granché. Ma la strada che mi ha portato qui non è stata facile. Ho iniziato dal presupposto che essere gay fosse un peccato e che chi aveva rapporti fosse “problematico”, nel migliore dei casi.

Ma questo non sembrava accordarsi con il significato più ampio del Corano e degli insegnamenti del Profeta a cui credevo e con ciò che effettivamente mi era stato insegnato. Non penso che l’omosessualità sia un peccato perché la sessualità nell’islam non è un peccato. La sessualità ci è stata donata da Dio. E nel versetto 49.13 Allah dice:Abbiamo fatto di voi popoli e tribù affinché vi conosceste a vicenda”. Considero le persone queer come una di quelle nazioni o tribù.»

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Samira, Toronto © Lia Darjes«Vengo da un paese in cui essere gay è punibile con la morte. Nel 1979, quando ebbe inizio la rivoluzione islamica, la mia famiglia emigrò in Canada, dove crebbi adottando uno stile di vita piuttosto secolare. Forse è per questo che non ho mai dovuto fare coming out con i miei genitori, credo che avessero sempre saputo che fossi lesbica. L’11 settembre, all’improvviso, divenni musulmana: non perché iniziai a comportarmi diversamente, ma perché le persone cominciarono a guardarmi con altri occhi. Bastava un’occhiata al mio nome e iniziavano a comportarsi in modo diverso. Perché non capiscono che ci sono molti modi di essere musulmani in paesi diversi, con tradizioni diverse, forme diverse? Perché riescono ad accettarlo per il cristianesimo e l’ebraismo ma non per l’islam?»

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Amin, Los Angeles © Lia Darjes: «Mi trovo tra due fronti – a volte mi batto all’interno della comunità musulmana per una maggiore tolleranza verso le persone LGBT, altre volte affronto persone queer e non musulmane lottando contro l’islamofobia rampante di questo paese. Mi sento obbligato a educare gli altri su entrambi i fronti. Allo stesso tempo, non sento il bisogno di essere “approvato” da nessuno. Non mi sento confuso a causa delle varie componenti della mia identità. Ad esempio, non mi sento particolarmente eccitato alla prospettiva di una moschea per gay. Se ci fosse una grande moschea e le persone vi andassero per pregare insieme, mi sentirei comunque a disagio – gay o non gay. Ma ritengo che le persone abbiano il diritto di farlo. E’ strano? Sembra che mi contraddica, vero?»

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Hassan, Parigi © Lia Darjes: «Mi considero ancora musulmano dal punto di vista culturale, ma non sono più un credente. Durante un certo periodo della mia vita, i miei amici mi chiamavano “musulmano a intermittenza”. A quel tempo avevo già smesso di credere, ma volevo ancora provare a sperimentare un islam più moderato e contemporaneo – un islam dei nostri giorni. Volevo incontrare persone che riuscissero a gestire il loro essere queer e musulmani nello stesso tempo. Ma penso ancora che per gli omosessuali sia meglio non credere in Dio. Se lo fai, sarà complicato. Crea un sacco di problemi – problemi psicologici. La ragione principale per cui ho lasciato l’islam è la mia omosessualità. Non riesco ad essere entrambe le cose. Era molto difficile per me non credere più in Dio e nel suo profeta Muhammad, difficile non credere più in un sacco di cose rassicuranti. Non credere nel destino. Non credere che ogni cosa che mi accadeva fosse programmata da Dio. Non credere che ci sia qualcuno a giudicare cosa accade sulla Terra. Mi ci è voluto un sacco di tempo per smettere di considerarmi credente. Non mi manca la mia fede – per me non credere è più rassicurante di credere.»

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Saadiya, Toronto © Lia Darjes:  «Per me, essere queer e musulmana significa poter essere ciò che Dio ha voluto che io fossi. E per me equivale ad essere una donna istruita, buona, premurosa e che ama gli altri. Prima pensavo che fosse una cosa negativa, ma più ho conosciuto me stessa e la comunità queer, più ho capito che siamo uguali a tutti gli altri. Abbiamo gli stessi bisogni delle altre persone. Abbiamo gli stessi diritti di chiunque altro.»

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Jason, Los Angeles © Lia Darjes: «Quando mi sono convertito all’islam un paio di anni fa, essere gay non rappresentava un problema per me. Avevo semplicemente realizzato di voler essere musulmano, e in quel momento, in quanto giovane musulmano appena convertito, mi concentravo unicamente sul mio rapporto con Dio e su come avvicinarmi di più a Lui. Il mese successivo mi resi conto che avrei dovuto dare un’occhiata a ciò che il Corano diceva sull’omosessualità…E tutto era estremamente negativo, molto, molto negativo. E’ stato scioccante per me.»

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Ludovic, Parigi © Lia Darjes: «Nel 2012, non avendo trovato nemmeno un imam in Francia che non volesse dar fuoco ai musulmani transgender, ho fondato una moschea aperta a tutt* a Parigi. Le reazioni sono state piuttosto violente. Essere musulmano, arabo e gay e pertanto membro di vari gruppi minoritari mi ha aperto gli occhi: le minoranze vengono discriminate in modo particolare in tempi di crisi economica. Dobbiamo conoscere meglio l’islam e dobbiamo capire chi siamo veramente per poter combattere l’omofobia.»

joey

Joey, Los Angeles © Lia Darjes: «Ero un ateo piuttosto convinto quando mi imbattei in una copia del romanzo di Michael Muhammad Knight, “The Taqwacores”, che racconta la storia di un fittizio movimento punk musulmano di fatto formatosi dopo la pubblicazione. Lo comprai, lo lessi in un paio di giorni e mi aprì gli occhi nei confronti della religione […] In un certo senso, i miei pensieri erano molto ortodossi quando misi insieme comunità LGBT e islam. A primo impatto, quando vai a leggere cosa dicono il Corano e gli hadith, sembra tutto piuttosto negativo, che non possa andar bene. Ma quando leggi altre fonti, altri versetti del Corano e altri hadith, diventa palese che è tutta questione di come decidiamo di interpretarli.»

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Sara, New York © Lia Darjes: «Per me non è mai stata questione di “riconciliazione”. Sento che le mie due identità – queer e musulmana -si completano a vicenda. E che posso essere me stessa quando abbraccio al 100% quello che rappresento. Celebro il mio essere queer e celebro l’islam. Per quanto mi riguarda, non è mai stato un problema essere queer nella mia comunità musulmana. Molte persone pensano che la comunità musulmana sia un’unica grande cosa, ma non lo è. Ognuno di noi crea la propria comunità. Non conosco tutti gli altri 2 miliardi di musumani. Conosco solo quelli che vedo ogni giorno nella mia comuntà locale, che mi amano e che sono lì per me, conoscendomi per quella che sono. Personalmente, ho avuto più problemi recandomi negli spazi queer, nei quali ho riscontrato molta islamofobia. Lì pensano spesso che non sia possibile essere queer e musulmani. Devo dimostrarglielo, dunque: è possibile, perché io sono qui e conosco un sacco di persone come me. Non ho mai percepito l’islam come un qualcosa di limitante per la mia vita, anzi, è sempre stata la mia fonte di forza. Faccio più coming out da musulmana che da queer. Molte persone hanno forti pregiudizi sull’aspetto della donna musulmana e sul modo in cui si comporta.  Eppure, quando condivido tutto questo con qualcuno parlandone come di una cosa importante per me, spesso si sentono confusi.»

-G.

Se gli “standard di comunità” ammettono lo stupro: lettera aperta ala Facebook

La notizia sicuramente sarà arrivata anche a voi: sono stati scovati grossi gruppi privati su Facebook contanti dai 7mila ai 20mila iscritti in cui venivano pubblicate foto di volti e corpi di donne descritti con i termini più sporchi e perversi concepibili da una mente malata. Queste consistenti masse di stronzi pubblicavano quotidianamente foto di partner, ex partner, colleghe, conoscenti, amanti, “amiche” e addirittura passanti e sconosciute, e d’ogni tipo: in pose sensuali o nell’agio della quotidianità, per il loro cervello bacato tutte “provocanti” e adatte a fantasticare, insultare e segarcisi. Foto scattate di nascosto, “a sgamo”, o ricevute da donne la cui fiducia è stata tradita in una maniera raccapricciante, il cui trattamento, totalmente mancante di alcun consenso e chiaramente illegale, esprime la nauseante attitudine al godere del controllo e dello spregio umiliante contro l’altro sesso di una larga fetta di uomini estremamente maschilisti, spesso giustificati e moralmente legittimati da una società tarlata da schemi e costruzioni culturali predicanti disparità e misoginia. Tutto questo può essere chiamato con sicurezza”stupro virtuale” e “collettivo“, e come tutte le umiliazioni perpetrate con Internet rappresenta uno dei modi più subdoli e raggelanti per fare violenza.

Posso soltanto immaginare l’angoscia e la rabbia delle donne ritratte, il senso di impotenza distruttivo che non dobbiamo lasciar crescere dentro di noi per alcun motivo. Fioccano denunce e questi esseri devono essere puniti. Rabbia e voglia di una sana rivalsa, di giustizia, questo quel dobbiamo portare avanti; ma, come in ogni fiume, qualcosa potrebbe ostruirci il passaggio. Ad esempio, lo stesso social Facebook, che, attestano i tantissimi segnalatori di questi gruppi, afferma che i suddetti cyber-spazi “non violano gli standard della comunità” e ammette, quindi, lo stupro. I gruppi devono essere chiusi e la collaborazione tra Facebook e le forze dell’ordine deve essere strettissima, in modo che nessuno la passi liscia: questi elementi devono capire che esiste una conseguenza, e devono subirla. Conseguenza che tarda a venire, grazie al social.

Tengo molto che leggiate la lettera di una donna indignata al social che esplica ogni nostro pensiero sull’argomento, su questo nuovo sistema orrendo di ledere la dignità delle donne e offendere l’intelligenza di tutt* noi.
Buona lettura.

“Cari Facebook e chiunque stia leggendo,

sono una studentessa italiana a scrivo per esprimere disappunto e senso di impotenza in relazione ad alcuni eventi recenti che vi hanno coinvolti.

Come saprete, Facebook è stato recentemente invaso da gruppi ‘privati’ nei quali chiunque può pubblicare foto di donne -e spesso ragazze- senza il loro permesso. Si tratta frequentemente di fotografie che le ritraggono nude o addormentate, talvolta mentre camminano per strada, talvolta le foto sono prese dai loro profili social privati e a volte si tratta di casi di revenge porn. Un fattore è comune a tutti questi casi: le donne e ragazze raffigurate sono vittime di stupro virtuale. Nella gran parte dei casi non sanno nemmeno che sono state scattate loro queste foto ma ci sono uomini che si masturbano guardandole, le insultano, le chiamano ‘puttane’ e le umiliano. Nella maggior parte dei casi, gli amministratori di queste pagine dichiarano apertamente che il loro scopo è di umiliare le donne. Ho segnalato molte di queste pagine Facebook -ce ne sono a decine soltanto nel mio paese, l’Italia- ma, fatta eccezione per due casi, ho ricevuto sempre la stessa risposta: “La pagina non viola i nostri standard della comunità”.

Ogni volta che leggo queste parole mi sento arrabbiata, umiliata e frustrata. Com’è possibile che una pagina ingiuriosa, il cui obiettivo dichiarato è umiliare delle persone pubblicando foto senza la loro autorizzazione (e QUESTO è un reato), non violino gli standard della vostra comunità? Insultare un’intera categoria con termini quali “troia”, “puttana”, “cagna” come sinonimi di “donna” è incredibilmente degradante e dovrebbe rappresentare un problema per voi.

In un primo momento ho pensato di rimuovere il mio profilo Facebook e di invitare quanti la pensano come me a fare lo stesso, provando a boicottare il network (anche se so che è impossibile, ma almeno avrebbe potuto essere un campanello d’allarme). Ma, sfortunatamente, Facebook è il mezzo più immediato per condividere le proprie opinioni, il che significa che dovrebbe essere un valido strumento per combattere il sessismo.

Quindi voglio dirvi: mi sento insultata, e non sono l’unica. Penso che sia un affronto alla mia dignità che qualcuno che nemmeno conosco possa fare ciò che vuole delle mie foto, possa insultarmi, definirmi una puttana e condividere i suoi sogni perversi di stuprarmi sul vostro social network senza subire alcuna conseguenza. E soprattutto, trovo un insulto che tutto ciò non violi gli standard della vostra comunità.

In quanto spazio virtuale, Facebook è anche spazio pubblico e dovrebbe essere sicuro per tutti. Oggi è chiaro che Facebook non è un luogo sicuro per le donne. Come cittadina di un paese in cui, nel 2016, 116 persone sono state vittime di femminicidi e lo stupro è illegale ma spesso giustificato mentre la vittima è spesso incolpata, penso che i vostri standard siano inaccettabili. Essi affermano che il mio seno, i miei capezzoli e il mio sangue mestruale sono offensivi se io decido di pubblicarli, ma qualcun altro può utilizzare le mie foto non autorizzate per segarsi, purché lo faccia in un gruppo privato.

Caro Facebook, se lo stupro virtuale non viola i tuoi standard comunitari, allora i tuoi standard comunitari violano le donne. Violano metà della popolazione mondiale, violano la dignità umana.

Cordiali saluti,
una donna indignata.”

 

 

 

 

Links utili e consigliati per approfondire:

l’Espresso http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/01/17/news/stupro-su-facebook-ecco-cosa-si-dicono-gli-uomini-che-umiliano-le-donne-1.293546

Il fatto quotidiano http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/18/facebook-pubblicare-foto-di-donne-senza-consenso-e-uno-stupro-virtuale/3324116/

Al di là del sacro – l’importanza di parlare delle MGF

13532931_10209755698188855_1088633132398482910_nSi è tenuta a Livorno il primo Luglio la conferenza, seguita da uno spettacolo di danza orientale che “danzava il rito”, “Al di là del sacro”, iniziativa del CESDI (Centro Servizi Donne Immigrate) dove insieme a molti ospiti si è parlato delle mutilazioni genitali femminili, facendo un focus su cosa si intenda per “sacro” e sui diritti delle donne, argomenti che mai e poi mai dovranno finire nel dimenticatoio. L’evento, tenutosi presso la Fortezza Vecchia di Livorno, è stata aperto dai ringraziamenti di Cristina Cerrai, consigliera di parità, dall’introduzione di Ina Dhmigjini, assessora del comune labronico, e condotta da Arianna Obinu, giornalista ed eccellente moderatrice, che ha fornito al pubblico anche una fluente descrizione di ogni danza praticata dalle danzatrici del Karabà, allieve della coreografa e danzatrice Nada Al Basha.
Prima di proseguire, desidero aprire una piccola parentesi sul cosa siano le mgf.

Le mgf, mutilazioni, o modificazioni, genitali femminili, così chiamate dall’Organizzazione mondiale della Sanità, sono pratiche tradizionali eseguite in almeno 28 paesi africani per motivi non terapeutici prevalentemente su bambine e giovani ragazze. Sono rimozioni, totali o parziali, o danneggiamenti dei genitali femminili, della clitoride (si parla quindi di “escissione”), responsabile del desiderio e del piacere femminile, e dalle labbra all’interno della vagina stessa allo stopmgfscopo di, anche cucendola (infibulazione), restringerla. In Italia le mgf sono vietate dalla legge 7 del 2006 e recentemente divenute illegali in alcuni paesi africani.* 

Interessanti le testimonianze al maschile di 5 ragazzi, dai 19 ai 28 anni, provenienti dal Benim, dal Gambia e dal Senegal, richiedenti asilo: le loro parole sono state utili alla conoscenza delle motivazioni profonde che si celano nell’usanza delle mgf. Tutti i ragazzi hanno specificato che si tratta di una tradizione molto antica, che io vi dico già in voga all’epoca degli ittiti e dei fenici, praticata con un coltello o con una lama e di conseguenza chiamata anche qata3a (taglio), poi festeggiata con grandi feste sfarzose, per vari motivi: in alcune comunità, c’è la credenza (errata) che la clitoridectomia faciliti il parto, in altre si pensa che benefici la donna dell’autocontrollo e che la valorizzi rendendola “pura”. I motivi più importanti, comunque, riguardano il matrimonio: le ragazze non infibulate, non troveranno marito, non varranno niente per la “vendita”, mentre quelle che hanno subito la mgf costeranno molto allo sposo, spesso più grande della consorte e, talvolta, poligamo (non avere desideri sessuali rende l’uomo sicuro di non essere tradito e rende più sopportabile la presenza di altre donne).

Shahrazad Al Basha, la presidenta del Cesdi, ha parlato dei canoni estetici. “C’è un forte bisogno di modellarsi su canoni estetici riconosciuti dalla comunità. Ma imposti da chi?”. La risposta a questo interrogativo è stata: il genere maschile. Perché, se da questo non dipendesse, una donna non circoncisa verrebbe chiamata nexa, impura? Difficile essere in disaccordo: il patriarcalismo e il maschilismo, diceva Shahrazad, legati anche alle interpretazioni distorte del testo più venerato in Africa, il Corano, dominano l’Africa… ma
anche l’Europa. Ad esempio, recentemente, è divenuta di moda la vaginoplastica, praticata soprattutto da giovani donne che tentano di avvicinarsi alla forma di una vulva… da pornostar. Quale altro motivo, se non il compiacimento dell’uomo? Ed è solo un esempio.

Perfettamente d’accordo Farhia Aidid, dall’associazione “Punto di partenza”, che ricorda anche quanto una vagina “poco larga” possa accrescere il piacere sessuale di un uomo. Per questo, certi mariti fanno ricucire le “proprie” donne anche una seconda volta, anche dopo il parto, di nuovo, con l’approvazione delle generazioni più anziane.
Più pericoloso di un uomo maschilista? Una donna maschilista. In Somalia, raccontava 995392_1150915778253575_3177326662374926501_n.jpgFarhia, alcune madri tentavano di ribellarsi all’usanza in seguito alle campagne di sensibilizzazione del Governo, ma erano completamente assoggettate dai voleri delle nonne delle bambine da infibulare. Le donne come loro, in particolare molte mutilatrici, mettono in gioco troppe scuse, troppi luoghi comuni e “miti scientifici” astrusi, ma riescono nell’intento e mandano avanti una tradizione che, come ha chiarito Osama Tawfik, rappresentante della comunità egiziana, pochi si decidono ad abbandonare per la paura di perdere la propria identità culturale, che molti fondamentalisti ritengono affossata dall’Occidente (che vorrebbe proibire le mgf, appunto). Chi lo direbbe che la circoncisione femminile, tuhur, curi l’infertilità, come sostiene qualcuno? Se non sono “miti” fantasiosi questi…

Osama ha parlato di una “divisione” consistente che si è venuta a creare tra l’Islam “africano” e quello “mediorientale” (nell’ottica dell’attuazione degli insegnamenti islamici) riguardo il “taglio”, e attribuisce ai popoli dediti alle modificazioni (sempre più estreme di quelle rammentate nell’hadith) un bisogno di “riadattare” la religione alle proprie abitudini secolari per poterla accettare e giustificare i propri gesti.
Ancora una volta, difatti, assistiamo alla strumentalizzazione dell’Islam: solo un hadith, alcuni ritengono di dubbia veridicità, parla di mgf, il Profeta (pbsdl) raccomanda, senza alcun obbligo (non è assolutamente fard), un taglio, khifad, poco invasivo riguardante la punta della clitoride, che dovrebbe far uscire “solo” sette gocce di sangue. I motivi, come per la circoncisione maschile, sarebbero legati principalmente alla pulizia dei genitali, ma non ammetterebbero mai pratiche come l’asportazione della clitoride o, peggio, dell’infibulazione, perché per l’Islam il piacere del sesso nel matrimonio, per ambo le parti, è importantissimo, un dono di Allah, e non deve in alcun modo essere compromesso. Al massimo, migliorato.

Che la religione sia quindi un pretesto o, più realisticamente, qualcosa di marginale, è stato ribadito anche da Frank Awani, rappresentante della comunità nigeriana: nel sud della Nigeria soprattutto i cristiani attuano le mgf. “L’Africa non ha perso la sua cultura neanche col colonialismo, ma la cultura cambia col tempo”, tanto che anche grosse superstizioni sono andate a perdersi negli ultimi decenni, come una che riguarda i parti gemellari: credendo che due fratelli portassero sfortuna, uno di essi veniva gettato nel fiume. Rimangono, appunto, le mgf, e ci si chiede, con l’aria che tira riguardo il fondamentalismo di cui parlavamo poco fa, quale metodo adottare affinché vengano abbandonate anch’esse. Ne discute certamente anche Amnesty International, per l’occasione rappresentata da Silvana Moroni, che ha introdotto l’argomento delle spose bambine: 13,500 milioni di bambine dagli 8 anni in su all’anno vengono costrette a contrarre un matrimonio forzato, anche laddove le leggi lo proibiscono (ancora, la cultura 13165829_1006126302799075_595460834933301532_ncontro la legalità), e per questo è necessario instaurare un dialogo con le persone e incoraggiarle al cambiamento. Le spose bambine non vanno più a scuola, non sono fisicamente pronte per la maternità, non possono decidere quando e come avere figli visto che il marito, di 30-40 anni più grande e spesso poligamo, ha tutto il potere. Perché così presto?.. per compiacere l’uomo. Da bambine non possono essere che vergini e possono essere facilmente “educate” a non avere vita sociale fuori dalla famiglia, che devono accudire interamente, e quindi a non avere la possibilità, né la voglia, di tradire il marito. Amnesty sollecita i Governi a creare leggi che rendano queste pratiche illegali e li incitano perché vengano rispettate, spingendoli spesso a creare campagne di sensibilizzazione.

 

La conferenza, una volta chiusa, ha lasciato posto ad un meraviglioso spettacolo eseguito dalle danzatrici del Karabà, allieve della coreografa, direttrice artistica e meravigliosa danzatrice Nada Al Basha, con la partecipazione dei maestri Emanuele Le Pera e Leandro Bartorelli. Ecco qui un video (suona Leandro) e la coreografia iraqi eseguita anche al Teatro Vertigo pochi giorni prima, esempi di come ogni ballo.. danzasse il rito o fosse al di là del sacro.

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*consiglio il libro “La bambina di sabbia”, della sudanese Halima Bashir, e di vedere il film “La sposa bambina”.

 

 

Essere immigrato, essere donna – cronache dalla Turchia

Questo articolo è stato tradotto dalla nostra preziosa Giulia Praz, l’autrice è Aslı Davas che ha pubblicato l’articolo su Feminist politika (rivista trimestrale, numero 28, 2015), riferimento internet www.sosyalfeministkolektif.org . Grazie mille!

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Negli scarponi spessi i miei piedi sono freddi come il ghiaccio. Ho freddo.
E’ come se i miei piedi fossero direttamente dentro quella fanga appiccicaticcia.
Fango ovunque.
Plastica, stoffa, brande, ovunque tende fatte riunendo qualunque cosa si trovi.
Il pavimento di queste tende, curve e rovinate come cartoni gettati, è la nuda terra.
Ancora fermi all’ingresso, già sentiamo un grido.
Due bambini  – uno con i calzini ai piedi, l’altro con delle ciabatte in gomma – stanno bisticciando, una donna si è messa in mezzo e prova a dividerli stancamente.
Ovunque bambini, sono tanti, piccoli, neonati, sono almeno 40 e hanno cinque anni al massimo.
Alcuni poi sono ancora fra le braccia delle madri.
Nonostante tutto, benché tristi i loro sguardi sono luccicanti. Con quegli occhi enormi e scuri ci scrutano con curiosità.

Era piuttosto affollato quel giorno, all’appuntamento per lo screening medico dei lavoratori agricoli stagionali, presso il quale ero andata con l’Associazione Ponte dei Popoli.
Il Ponte dei Popoli,  come esso stesso si definisce, “è stato fondato per migliorare/rafforzare l’amicizia in ambito pubblico e il sentimento di solidarietà fra i popoli, per mediare l’umanitarismo di fronte ai disastri socio-politici o a quelli naturali, divenenti poi essi stessi tragedie sociali. E’ un’associazione umanitaria senza scopo di lucro.”
E’ un’associazione solidarista, portata avanti completamente da volontari; alle riunione indette ogni lunedì, che si sia membri o meno, tutti possono partecipare, decidere e avere diritto di voto.
Il suo capitale è il buon cuore e la capacità delle persone che vi prendono parte.
L’associazione, della quale quella sanitaria è solo una delle attività, grazie a studenti di medicina volontari, dottori, ostetriche, infermieri, operatori sanitari e in compagnia di traduttori volontari, compie screening medici sia nel centro città che nelle periferie.
Nell’équipe sono presenti perfino attori volontari. Giocheranno con i bambini.
Con i colleghi traduttori ci disperdiamo fra la tendopoli.
Alle nostre spalle continuamente alcuni ragazzi, non ci perdono mai di vista, qualunque cosa chiediamo sono sempre loro i primi a provare a risponderci. Apprendiamo trattarsi dei “protettori”.
Sono il tramite fra padrone e lavoratori, della cui paga ricevono una quota.
Il protettore tiene i conti, gestisce gli spazi, contratta con il padrone per i prezzi e le condizioni di soggiorno.
Il padrone dà la paga al protettore, e il protettore la distribuisce fra i lavoratori.
I residenti della tendopoli sono giunti in Turchia da lontano, dalle regioni di Aleppo, Ras al-Ayn e Kobane, per sfuggire alla guerra o per cercare lavoro. 13351103_10153570610092694_1125240693_o.png

Come lavoratori stagionali, la maggior parte è stata prima a Bursa per poi arrivare a Smirne.
Una parte di loro è costituita da bambini lavoratori, che nascosti dietro la schiena della madri ci guardano sorridendo timidamente. I protettori con i quali lavorano pagano meno gli immigrati rispetto ai cittadini Turchi. Se ad un Turco si da 40, ad un immigrato Siriano si danno al massimo 30 lire.
Domando alle donne, la maggior parte di quelle con cui parliamo ci dice che la paga giornaliera è di 15-20 lire, e che è ormai un mese e mezzo che non ricevono nulla.
Il protettore ha detto che il padrone non ha pagato, ma non si fidano.
La maggior parte non ha documenti, non può lavorare, attende di capire come reclamare i propri diritti, una speranza.
Sono molto preoccupate. Il proprietario del terreno in cui hanno costruito le loro tende ha detto di sgomberare, e ancora, il protettore non porta più lavoro. Del resto non hanno un posto dove andare, ma mettiamo il caso lo trovino, qualora se ne andassero lo sforzo di quanti mesi andrebbe in fumo.
In gran parte venute da Aleppo, confidandoci che “Non abbiamo più una casa, ce l’hanno distrutta”, fanno un respiro profondo e alzano gli occhi al cielo.
La loro disperazione è spaventosa. Cerchiamo di non pensare nemmeno agli abusi e agli stupri subiti dalle donne immigrate sul posto di lavoro. Abbiamo paura a chiedere.
Qui hanno lavorato con gli uomini nei campi, nei vigneti, nei giardini e hanno ricostruito la loro vita da zero.
Le donne hanno intessuto nodo dopo nodo le loro vite, riallestito gli spazi, in qualche modo sono riuscite ad adibire parte della tendopoli a cucina.
Con quello che trovano preparano il cibo, soprattutto pane, portano l’acqua, accendono il fuoco. Una donna ci mostra la fonte, tutto intorno è sporchissimo, praticamente è come se l’acqua scorresse nell’immondizia, che la municipalità non raccoglie.

Nella tendopoli non ci sono stufe, la gente si copre come meglio può con ciò che trova o con le coperte portate dagli aiuti umanitari.
Mentre noi tremiamo nei nostri vestiti pesanti, loro sembrano essere abituati, mentre guardo le mie mani divenute viola per il freddo mi chiedo se non soffrano quanto noi.
In ogni tenda in cui entriamo sono per primi gli uomini a raccontarci le loro preoccupazioni.
Quelli cui serve un’operazione o delle medicine sono sempre loro o i bambini.
I problemi di salute di vecchi e bambini sono sempre preoccupazione delle donne.
Come confermato dalla letteratura scientifica fra gli immigrati i bambini non vaccinati, i malati di dissenteria, le carenze alimentari, i malati cronici, come diabetici e ipertesi, sono molti di più.
Alcuni, chi ha trovato i soldi per pagarsi il viaggio o chi ha amici che conoscono la lingua, è persino andato in ospedale ma poi non avendo abbastanza denaro non ha potuto comprare medicinali.
I controlli regolari invece sono praticamente assenti.
Fin dall’inizio le donne non parlano mai di sé. Pensano sempre agli altri. Vogliono e chiedono sempre per gli altri. Del resto non hanno tempo, tutta la tendopoli è sulle loro spalle.
Non è possibile che si rechino da sole alle strutture sanitarie. Sentiamo che gli uomini ci vanno, possono uscire tranquillamente dal campo, e hanno iniziato ad imparare un Turco raffazzonato.13350980_10153570609562694_976112199_o.png

Poi notiamo che una donna ci sta seguendo e capiamo che dirà qualcosa, è da tanto che i suoi occhi hanno iniziato a parlare.
Facciamo domandare al nostro amico traduttore, la donna sorride ma non parla, ci attira da una parte e si allontana dal traduttore, che è un uomo. Inizia a raccontare il proprio problema nella sua lingua. Non abbiamo un traduttore donna nel nostro gruppo, e iniziamo insieme a cercarne uno.
Lei continua a raccontare e a mostrare la pancia. Alla fine troviamo la traduttrice e capiamo la questione. Le mestruazioni non arrivano, la pancia le fa male e ha delle perdite. Non ha potuto dirlo a nessuno. Le chiediamo se ha usato o meno precauzioni, dice che vuole farsi chiudere le tube.
Poi iniziamo a passeggiare insieme.
Capiamo che è il problema di moltissime donne, ma che per vergogna, non  conoscenza della lingua, perché spaventate dai propri mariti o per povertà non viene raccontato.
Inoltre apprendiamo che nelle condizioni in cui si trovano, le donne Siriane non vogliono avere bambini.
Al contrario di quanto si pensi molte di loro vogliono proteggersi. Ma non sanno con quali metodi e come raggiungerli, e chi va al centro di salute per la famiglia se ne torna a mani vuote.

A una donna recatasi radunando tutte le forze al centro per farsi rimuovere la spirale è stato detto di andare in ospedale, poiché questo tipo di operazione non poteva esser fatta nella struttura. Dopodiché non ha più avuto modo di andarci. Aveva perdite maleodoranti ed era molto spaventata. Senza nemmeno chiedere quale fosse il loro disturbo, dallo screening veniamo a conoscenza del fatto che molte donne presentano infezioni del tratto urinario e perdite vaginali. Vediamo donne incinte mai state visitate, che badano ai bambini, al lavoro e a nutrire gli altri, mai loro stesse.
Una di loro mentre lavorava a Bursa raccogliendo frutta si è infortunata la fascia lombare, cioè è stato passato come incidente sul lavoro, ha dolori da un mese ad una gamba. Anche i suoi movimenti sono piuttosto limitati. Non ha preso medicine né è andata dal dottore, non si lamenta neppure.
Se fosse accaduto qualcosa all’uomo di casa o a suo figlio sicuramente il modo si sarebbe trovato. Secondo le nostre possibilità procediamo a somministrare medicinali, a insegnarle degli esercizi da fare.
Se non dovesse passare, le diciamo come potrà contattarci attraverso l’associazione ed andare insieme dal dottore. Per tutte lavorare è molto importante, anche a condizioni svantaggiose, gli incidenti sul lavoro non sono certo la loro preoccupazione primaria.
Hanno trovato un lavoro, uno spazio in cui potersi fermare, una tenda sotto la quale infilare la testa.
E’ come se non esistesse condizione alla quale non siano in grado di resistere. Alcune lavorano per la prima volta in vita loro, non si lamentano ma spiegano “in realtà nel nostro paese eravamo signore”.
Tutt’altra è la  nostalgia di queste donne, che lodano Dio per non essere morte, per essere sfuggite alla crudeltà, che si sono lasciate alle spalle vite completamente diverse.
Improvvisamente donne e bambini iniziano a correre verso l’ingresso. Non capisco cosa stia accadendo.13383564_10153570611627694_1109025256_o.png

Pare siano arrivati gli aiuti, tutte si precipitano, forse per una coperta o uno straccio in più da stendere a terra.
Non sono gli uomini, ma sempre le donne a correre per accaparrarsi gli aiuti.
La donna con la quale abbiamo parlato poco fa sta tornando indietro, con le mani vuote spiega qualcosa con tono nervoso. Racconta che gli aiuti non giungono a tutti equamente.  Non è riuscita a prendere nulla per i suoi bambini.
Suo marito se ne sta seduto.
Anche chiedere aiuto è compito delle donne.
Sullo sfondo sentiamo le grida di uomini e bambini. L’équipe ha distribuito dei palloncini, uno dei bambini non è riuscito a prenderlo e come piange! Di nuovo parlano le donne, anche portare serenità è loro dovere, mettere tutto in ordine. Gli animatori hanno iniziato a suonare i loro flauti e i bambini a piedi scalzi, come i topi ne Il Pifferaio magico, iniziano a seguirli in marcia, a ballare, a ridacchiare.

Come se non avessero mai visto alcuna guerra.

Le donne dai grandi occhi scuri sorridono nelle loro gote appesantite.

Dovunque la responsabilità di costruire la vita è sulle loro spalle.

Burkini: dove comprarlo e come farlo da sole! (e non solo)

Ahh, benedetto burkini, lo “sviluppo” del bikini! La soluzione per le musulmane che amano il mare, un ottimo compromesso. Non tutti sanno di che si tratta, compresi diversi musulmani, ma invero è spesso al centro di tante polemiche (come il velo, niente di che stupirsi), ed ho pensato che sarebbe carino parlarne, sfatare qualche mito e dare qualche istruzione per farselo a casa da sole…

Cos’è il burkini?

Prima domanda! Ebbene, il burkini è una sorta di muta da sub, che chiaramente non ha lo stesso spessore, ed è mediamente aderente, leggero, in poliestere (materiale che viene

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Ahiida Zanetti

usato effettivamente per vestiti di svariati sport acquatici). In genere, è integrale e completo di velo, ma può essere più corto, più largo, più aderente, completo di cuffia anziché di velo, al punto che si adatta perfettamente sia alle ragazze e alle donne che non portano il velo, sia alle non-musulmane desiderose di un costume più coprente del bikini o dell’intero.

La donna che lo ha inventato è una stilista musulmana australo-libanese, Ahiida Zanetti, amante dello sport e del mare, ma anche della moda, tanto che la sua creazione, destinata alla compagnia Ahiida e conseguentemente a noi che ne facciamo tesoro, ha sfilato poco prima delle Olimpiadi di Pechino. “E’ un’enorme soddisfazione per me e per tutte le donne musulmane che a lungo hanno dovuto rinunciare a fare sport perché non trovavano i capi adatti da indossare” dichiarava Ahiida; sono tante le musulmane che, pur coprendosi, fanno sport, dal calcio alla danza (come ci dimostravano anche Stephanie Kurlow, la ragazza che danza con l’hijab, e molte altre).

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E la salute?

E l’apporto di vitamina D? Sappiamo bene che la vitamina D è fondamentale per il nostro corpo e ci viene fornita di raggi UVB quando siamo esposti al Sole. Ne abbiamo carenza tutto l’anno, e di certo non dipende dal velo, ma dalla vita frenetica che conduciamo e che ci fa ammalare. La vitamina D aiuta le nostre ossa, ma anche i muscoli, il cuore, i polmoni e molto altro del nostro organismo, perché  interviene in molteplici trasformazioni enzimatiche e biochimiche. Un po’ di sana tintarella, dopotutto, non fa male, ma né il velo né il burkini, se agiamo correttamente, rappresentano un problema; è consigliabile, quindi, esporsi al Sole almeno 4 volte alla settimana scoprendo braccia, viso e gambe per una ventina di minuti. Basta mettervi davanti alla finestra, sul balcone, in spiaggia con un burkini un pochino più ridotto. Vedete voi, ma pensate alla salute!

Ottimo! E dove si compra.. o come si fa?

Ho scoperto che ci sono tanti tipi di burkini, che come accennavo diventano adatti a tutte le donne che vogliono coprire un po’ di più, e molti sono coloratissimi ed eleganti. Dove si comprano? Beh, in verità, ho pensato di chiedere direttamente a voi, su Facebook, qualche consiglio! C’è anche chi opta per un classico costume intero. E sono stata lietamente sorpresa anche per delle istruzioni per il burkini fai-da-te..

Rosanna : Necessario. L’ho comprato dal sito ahiida.com. E’ super affidabile e di ottima logoqualità ma il prodotto arriva dall’Australia, dunque ci sono da pagare i dazi doganali. Ad ogni modo, un burkini della marca ahiida lo si può trovare anche su altri siti. Credo sia il migliore anche se costoso. Veramente si asciuga subito e protegge dai raggi uv. Comunque, andare al mare con il burkini e’ un esperimento antropologico molto interessante!

F.:  Ahiida, sotto saldi, é vero che costa di più ma mi fido del tessuto!

Lara: Costume intero con gonnellina, preso su Bonprixheader-logo

 

W. S.: Mi manca nuotare e mi è stato consigliato di comprarlo da modanisa.com, che ci mette meno.modanisa-beyaz

 

Sara ci consiglia di consultare Aliexpress, si è trovata bene!, Victoria ci consiglia ebay, dove costano meno.

[questo articolo è aggiornabile, nel caso vogliate aggiungere qualcosa!]

ed ora, il fai da te!

Monica:  Io per il mare uso dei pantaloni comprati da terranova (sono in poliestere sottilissimo, ci mettono pochissimo ad asciugare), come seconda opzione ho un pantalone lungo hawaiano da uomo (tipo quelli che usano i surfisti), che può essere prodotto utilizzando due bermuda da uomo. Per il sopra ho comprato 2 maglie da corsa alla Decathlon (sono bucherellate e asciugano velocemente, sono fatte apposta per asciugare mentre si suda), una l’ho tagliata e ho usato i pezzi per fare maniche e per allungarla.
Per la testa ho comprato sempre alla Decathlon bandana tubolare da ciclista/sportivo.
Con circa 20/25euro mi sono prodotta “la muta”, che preferisco anche ai modelli in vendita perché si asciuga più velocemente!

 

Rispondere a “hey, ma non era meglio il bikini?”

Nah. Cari non musulmani, sicuramente incontrerete ragazze musulmane in bikini, perché ognuna ha il suo cammino, vive l’Islam come desidera. I religiosi e le religiose poco o non praticanti esistono anche tra i musulmani, ma coloro che praticano sanno benissimo a cosa vanno incontro abbracciando l’Islam, sanno che il Corano è più importante di Forza Nuova, sanno

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Il simpatico corteo di 4 gatti di FN a Bolzano che non vuole le donne velate in piscina perché si devono adeGuArE!1!

che non sentiranno la simpatica sabbia nel costume né l’ustione di terzo grado sulla schiena. Inoltre, il burkini non si appiccica, è traspirante,  non ha ancora ucciso nessuno, e se ci guardano male, chissenefrega: abbiamo comunque deciso noi, come chi sta in topless (e magari viene guardata male lo stesso), cosa mostrare al mondo. Non solo prescrizioni, ma valori islamici che decidiamo liberamente e autonomamente di accogliere nei nostri cuori ed amare.

Le critiche di alcuni musulmani

C’era da aspettarselo: saltano fuori le critiche! C’è, difatti, chi afferma che il burkini sia in realtà anti-islamico: non è così largo, e poi se si bagna fa veder tutto!, si riduce una copertura islamica ad una “commercialata”!, sono le donne promiscue quelle che indossano il burkini!

Ribattiamo: il fatto che noi donne coperte, nel caso durante una nuotata avessimo il costume integrale più attaccato alla pelle, che strane idee dovremmo suggerire? Non è che… la malizia è negli occhi di chi guarda? Che poi, è opinabile il fatto che un burkini bagnato abbia lo stesso effetto di un bikini striminzito. “Ambiguo” in questo caso non è “haram”, a meno che per “donna promiscua” non intendiate “scostumata”! Nel caso vi appaia così.. fratelli, distogliete lo sguardo e lasciateci nuotare senza pensieri! E mi raccomando, che il vostro costume parta almeno dal’ombelico e arrivi alle ginocchia, com’è stato prescritto!

Alcuni affermano che addirittura la fusione delle parole “burqa” e “bikini” sia irrispettosa, richiama il peccato! Non è che lo stiamo prendendo un po’ troppo sul serio, questo nome? D’altra parte, come diceva la bella Giulietta di Shakesperare, “cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo una rosa non perderebbe il suo profumo se avesse un altro nome.“.

Ricordo, inoltre, lasciando a voi le riflessioni, la frase del profeta, pace e benedizione su di lui, che recita: «Insegnate ai vostri figli [e alle vostre figlie] a nuotare, a tirare con l’arco e andare a cavallo» (narrato da Hazrat Ibn Umar) 
I musulman* sanno che dietro tutto c’è un perché, sono consapevoli di come alle donne spetti la stessa istruzione degli uomini e di quanto i generi siano eguali in diritti, come esplicitano sure e hadith.

Termino questo articolo con un trionfo di burkini, proprio in risposta alle critiche mosse da alcuni musulmani, con ironia!

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